Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 20, 2017

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Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Il conto che non torna

Capita a noi che parliamo della guerra in astratto: per uscire dall’angolo di una discussione, ci rifugiamo nell’inesattezza di una contabilità che non ci dà mai torto: diciamo “un milione di morti”, con la stessa disinvoltura con cui parleremmo di dollari o di bottiglie di vino. Un milione di morti non siamo capaci neanche di pensarlo, figuriamoci un milione e duecentoquarantamila, le vittime italiane, militari e civili, della Prima guerra mondiale. Eppure ci illudiamo di cavarcela così, rimasticando numeri per simulare una competenza che non abbiamo. Quando parliamo della Grande Guerra, siamo costretti a uscire dall’astrattezza e a entrare nei dettagli, e qui denunciamo tutta la nostra pochezza, perché all’ignoranza aggiungiamo una dolosa indifferenza. La scusa è la solita: è passato più di un secolo, e il tempo fa sempre lo stesso lavoro, cancella volti e immagini o li rende irriconoscibili. Perciò il volume che Aldo Sabatino ha messo insieme per ricordare i morti del ‘15-18, sanseveresi e non, va considerato un piccolo risarcimento. Non solo per i ragazzi travolti da una guerra che non poteva essere la loro, ma per tutti quelli che ai morti cercano di dare un volto e un nome, a dispetto della storia, che “arrotonda gli scheletri allo zero” (Wislawa Szymborska). Della storia per cui “Mille e uno fa sempre mille”, come se quell’uno non fosse mai esistito. Nella realtà il conto dei morti non torna mai del tutto; c’è sempre qualcuno che sfugge all’appello. Con il suo libro, un “anti-saggio” senza tesi precotte, in cui le immagini pesano più delle parole, Sabatino ci stana dalla nostra pigrizia, ci costringe ad ammettere che uno vale più di mille, perché quell’uno racconta – vorrebbe raccontare – una storia individuale, umanissima, che un numero corredato di zeri confonde nel mucchio delle vicende insignificanti. “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa.” L’affermazione di Emilio Lussu è paradossale solo in apparenza. Uccidere un uomo è peggio che ucciderne mille, perché quell’uno lo si può guardare negli occhi: è quello che un proiettile esclude dal calcolo per approssimazione. La stessa conclusione a cui arriva Fausto Maria Martini nella poesia Perché non t’uccisi: “Non t’uccisi perché nella stess’ora / noi ci eravamo sporti sopra il fondo / gorgo del nulla, o sconosciuto e biondo / nemico (…) Non fu dunque per tema, / s’io non t’uccisi: fu per non morire!” “Io non sapevo che servire significa uccidere…” ha scritto più di recente Christopher Logue, parlando di una condizione comune a tanti uomini chiamati a combattere le guerre degli altri. Il libro di Sabatino è composto da foto di giovani in divisa. Quasi nessuno è tornato vivo dal fronte. Chi ci è riuscito, è morto dopo qualche mese; i più fortunati, dopo qualche anno. Accanto a ogni immagine, un testo – una poesia o una prosa poetica – di un autore del Novecento. Oltre ai poeti puri, come Ungaretti, Rèbora e Saba, ci sono quelli “occasionali”, come Bontempelli e Rocca, che il meglio di sé lo avrebbero dato altrove. Scrittori “ibridi” come Jahier. Gli interventisti come D’Annunzio, Soffici, Buzzi e Locchi, contro cui ora è facile scagliarsi, ma a cui si deve riconoscere almeno la coerenza delle idee e delle azioni (Locchi la guerra aveva voluto farla, e in guerra sarebbe morto a ventotto anni). Gli incendiari come Palazzeschi e gli arrabbiati come Gadda, che, se avesse potuto, avrebbe fatto crepare nel modo peggiore i responsabili del nostro sfacelo militare e i loro eredi. Ci sono gli uomini contro dall’inizio e quelli che lo sarebbero stati in seguito. Un apparato di testi che impressionano sempre, sia quando risuonano di una voce autentica, sia quando sono convenzionali e intrisi di retorica patriottarda. L’effetto, per chi li legge dopo avere fissato la faccia di un ragazzo dal cognome familiare, Minischetti o Russi o Del Vicario, è straniante, perché i testi e le immagini hanno un valore autonomo: i primi non sono la didascalia letteraria delle seconde, che non illustrano in modo posticcio le parole, ma le attirano nella loro dimensione povera e dimenticata. Di sicuro le immagini hanno una capacità di racconto che i testi, anche i più compiuti, non possono avere. Basta aprire il libro a caso per verificarlo: il cognome prima del nome, Salcone Ciro, come in un atto amministrativo, due date, la prima e l’ultima, il resoconto della morte, con la sua descrizione monotona, imprecisa: “deceduto il… in… per ferite riportate in combattimento”; lo sguardo serio di un uomo di vent’anni in posa da soldato. È qui che la nostra curiosità si sofferma più a lungo, anche se l’espressione dei soldati è sempre quella, e le parole dell’epitaffio non cambiano quasi mai. Neanche le foto dei morti anonimi, “estranei”, che incorniciano le pagine, rimescolano le emozioni con la stessa forza di quelle fototessere dall’aldilà. Ogni tanto ci si imbatte in un’epigrafe solenne, che descrive un’azione eroica, ma l’effetto è sempre quello del nudo comunicato. La differenza, rispetto ai ritratti dei militari “generici”, è tutta nei nomi e nelle date incollati alle fotografie, non nel come della morte in battaglia. Il fatto che il soldato sia morto da eroe o da vigliacco è irrilevante. A tutti è successa la stessa cosa, conta solo questo. Le facce, i cognomi che precedono i nomi, come in un elenco gridato in caserma, alludono a una quotidianità che ci è stata raccontata, non solo dai soldati-scrittori, ma anche dai soldati-contadini semianalfabeti, per i quali già scrivere una cartolina era faticosissimo. Lo storico Antonio Gibelli ha svolto un lavoro fondamentale in questo senso: il suo saggio La guerra grande – Storie di  gente comune (Laterza, 2014) analizza un numero considerevole di scritture di guerra. Tra i poeti scelti da Sabatino, Giulio Camber Barni è quello che restituisce meglio, con i suoi bozzetti di un realismo tenue e antiletterario, la vita degli uomini al fronte; i versi de La Buffa sono il corrispettivo poetico delle storie ordinarie, che le foto dei nostri soldati possono solo suggerirci. Una sua poesia si intitola, ironicamente, Fermi Tranquillo e parla di un uomo che smette il saio per arruolarsi, ma questo non farà di lui un temerario. I frammenti poetici dell’antologia non sono una chiarificazione delle immagini né un loro commento beffardo, è bene ribadirlo. La loro unitarietà è giocoforza tematica, e solo tematica. Ogni testimonianza esprime il particolare atteggiamento dell’autore verso la guerra, la sua disposizione d’animo nei confronti di un’esperienza definitiva, assoluta, che chiama in causa lo spirito e il corpo, la fede che traballa e le convinzioni che si sgretolano, portando il limite individuale un passo oltre il concepibile. Le sensibilità ovviamente sono diverse, e a ognuna corrisponde un tono di voce differente. Il discorso vale per gli intellettuali come per gli analfabeti, per le élites culturali come per i poveri cristi senza istruzione. Il grido di protesta contro chi manda materiale umano al macello, il gesto fraterno verso il commilitone ferito, l’atto di coraggio, possono accomunare tutti e appiattire le gerarchie, ma una cosa è l’adesione a un’idea o a un sentimento, un’altra l’espressione che gli dà un respiro lungo. Il privilegio degli scrittori è questo. Eppure ogni soldato ha della morte una conoscenza fisica, corporale, che esalta la sua umanità fragile. Piero Jahier vive la guerra come un’avventura solidale: il suo rapporto con gli Alpini, a cui da ufficiale deve dare ordini, è pietoso più che gerarchico. Nei suoi testi l’attitudine all’ascolto dell’uomo in bilico è evidente; l’uomo-soldato non sale mai in cattedra, e neanche il poeta. Ecco perché nelle sue poesie la parola “patria” ha la p minuscola: “Eh eh, ragazzi, la vita / non è poi così preziosa / sentite le condizioni: / tribolare emigrare ammalare / ospedali camorre prigioni. / Ehi, ragazzi, la guerra sapete / non è mica poi tanto cattiva: / almeno nelle vecchie storie / alla fine si moriva. / Quanto alla nostra grande patria: / la nostra parte di terra nativa / nel sacco, spatriando, / c’è sempre entrata. / A spalla è tanto che la portiamo.” C’è tanta pietà in questa poesia, come ce n’è nei testi di Corrado Alvaro e di Clemente Rèbora, e nelle prose liriche dei Trucioli di Camillo Sbarbaro, che certifica l’attendibilità  della locuzione “lasciarci le scarpe” nella visione di un paio di calzature vuote “al sole. Tozze; conficcate per la punta. L’uomo deve essere bocconi, la bocca disgustata premuta contro il suolo.”  Il tono di Paolo Buzzi è un altro: la Patria (necessariamente con la P maiuscola) è una bella idea per cui si muore e con cui ci si identifica fisicamente; l’asta della bandiera è un simbolo piantato nelle vertebre, la spina dorsale dell’uomo felice di diventare un automa votato alla bella morte: “Oh lussuria, sapersi / la forza d’una forza, l’arma / d’un braccio formidabile, lo svelto / strumento di morte possibile della Società.” Ma l’interventismo non è un pensiero unico, che escluda esitazioni o deragliamenti: il Bontempelli de L’Ubriaco è spesso realista, quasi mai magico, perché la verità del corpo in guerra è più forte di tutto e non ha i colori dell’arcobaleno: “Odore del camminamento / odore / odore / di cadavere usato merda fango”; e ancora: “Dormi, corpo, dormi / che a difenderti ci penso io. / Mangia il sonno a mascelle piene. / Ninna, nanna, corpo mio. / Sdraiàti nel fango si sta tanto bene. / Tu ci dormi come un dio.” Nel libro a parlare con voce propria sono i letterati, che dell’assurdità del conflitto hanno avuto una consapevolezza mediata dalla cultura. Solo chi conosceva il motto oraziano della dolce morte poteva ribaltarne il senso e svergognarlo: erano spesso autori di lingua inglese: Owen, Pound, Hemingway; e sì che per i popoli anglosassoni l’idea di patria ha avuto sempre un senso. Owen con una sconvolgente impennata umoristica aveva pensato di intitolare Beauty una poesia dedicata allo shrapnel, l’arma terribile evocata senza ironia da parecchi scrittori, per marcare l’antifrasi della bellezza che semina distruzione. I nostri contadini coscritti, invece, della verità della guerra presero coscienza solo quando la sperimentarono nella carne. La maggioranza dei ragazzi sanseveresi fotografati prima di morire, non potevano credere in una parola che chiedeva il loro sangue.

 

Prefazione a Dulce et decorum est pro patria mori…, di Aldo Sabatino, San Severo 2017

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Raffaele Niro: Il gesto fiducioso della poesia

Non tutti i libri sono coraggiosi allo stesso modo. L’attesa del padre di Raffaele Niro (Transeuropa Edizioni) è un libro coraggioso, non per la verità umana, indiscutibile, evidente in ogni pagina, che lo illumina, ma perché rappresenta un atto di fiducia verso la poesia e le sue possibilità. Un padre che “racconta” la nascita di un figlio ha davanti a sé due soluzioni: la prima è quella di affidarsi alla dittatura delle sensazioni, correndo così il rischio di cascare nell’ovvio, sempre in agguato quando non si tiene ferma la barra dell’emozione. È la scelta più facile, giocare la partita fingendo di non sapere che i nostri sentimenti sono quelli di tutti, e che nessuno ha il monopolio della gioia e del dolore: la nascita di un figlio, la paura, lo spasimo infinito che ti separa dal primo grido, il senso di responsabilità che suggerisce le frasi più sagge, la tentazione di fuggire che te le toglie tutte. Un repertorio buono per certo cinema giovanilistico. L’altra soluzione, quella del poeta, è la più complicata, e consiste nel prendersi il tempo necessario perché nessun istante dell’attesa vada perduto, e per trovare le parole giuste per riscriverla poeticamente. Il “miracolo d’amore” di cui Niro parla è un’avventura che ogni genitore vive nella mente e nel sangue, come individuo. Il poeta invece la vive due volte, come individuo e come autore di un racconto universale. Niro non bara mai con le proprie emozioni, perché non se ne vergogna, eppure non c’è un verso del libro che sembri astutamente autobiografico, pur rimanendo immerso nella vita di chi lo ha scritto. Voglio dire che Raffaele parla di sé, dei suoi figli e della donna che ama, ma la sua storia personale sembra perdere peso rispetto al suo valore più profondo: un canto degli uomini impastati con la loro terra, un piccolo libro delle metamorfosi. Leggi le poesie di Niro e non pensi solo alla vita di un uomo e della sua famiglia, ma alla germinazione continua dell’esistenza, che ripete i suoi gesti da millenni. La differenza tra un resoconto personale e un’opera più ambiziosa, la si comprende già dalle pagine iniziali: la prima sezione (Il varco del tempo), di struttura epigrammatica, è composta da testi brevissimi, dodici quartine che scandiscono il ritmo delle stagioni, mese dopo mese nel corso di un anno (“gli alberi ad ottobre / raccolgono il dolore del vento / nel volto minuto delle viti secolari / e lo trasformano nella preghiera dell’olio”). Un diapason che detta la misura alle composizioni successive, fatte quasi sempre di scansioni nette e di improvvisi tagli di luce. Il libro esprime una devozione alla vita sentita come un flusso ininterrotto, di cui gli uomini sono le particelle elementari, “strumenti di vita nascente”. Il tempo che prevale è il presente, quello che prepara l’avvenire e gli dà un nome nuovo. Il presente in cui si celebra un’attesa che non termina con la nascita, perché la vita ne è la continua trasformazione, e “perché l’attesa di un figlio / non si conclude / con la sua venuta al mondo”. L’assenza delle maiuscole nei testi, titoli compresi, anche dopo i punti fermi, il prevalere della paratassi nella costruzione del verso, restituiscono graficamente la circolarità di un tempo che scorre senza inciampi o cadute nel vuoto: tutto nell’universo ha un senso: un padre lascia in eredità a un figlio i suoi geni, ma anche la necessità di una testimonianza da consegnare al futuro. Un frammento della raccolta, il tuo gelsomino, mi fa pensare ad alcuni versi del poeta siriano Adonis. Raffaele Niro dice a suo figlio: “mi auguro / di essere alla tua altezza / riuscire ad annaffiare i tuoi fiori / tutti i giorni / aiutarti a curare i tuoi giardini / e diventare / nel tempo / passando per la terra / il tuo gelsomino”. Adonis, nel distico finale di un suo componimento: “Ed io mi sono svegliato nella mia poesia / nel mio popolo bambino, come un gelsomino”. Non è una corrispondenza soltanto lessicale: ci si trova, mutatis mutandis, un sentimento comune della poesia come tentativo di superare i confini dei significati letterali, per scovare la sostanza delle parole, la loro radice schietta, che non dovrebbe essere mai banale, neppure nel linguaggio di tutti i giorni. In entrambi si nota una rappresentazione della natura ricondotta alla sua forma essenziale, costituita da elementi archetipici (i fiori, i giardini, la terra; in altri capitoli, l’albero, l’alba, il mare, il vento), senza indugi descrittivi, eppure geometrica nella sua precisione. Niro parla di “dolore del vento”; Adonis ha nel cuore la “memoria del vento” che non lascia niente uguale a com’era, trasformando ciò che incontra. Oggi la poesia tende a negare sé stessa per affermare la propria inadeguatezza a comunicare una visione della storia. Si impone l’aspirazione al silenzio di una teoria che considera le parole degli oggetti superflui, che designano altri oggetti (basti pensare alla scrittura fatta esclusivamente di nomi, auspicata da Giorgio Caproni). Raffaele Niro, nel suo vademecum per i figli che matureranno, ribadisce la sua fiducia nel mondo e nelle parole necessarie della poesia. Di questo coraggio gli si deve essere grati.

Da “Fermenti”, n. 245, 2016-2017

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 30, 2017

Intervista a un nichilista (Davide Profundis disse)

– Ami la tua città?
– Quale città? Sono un clandestino del mondo, io. Tutto mi è estraneo e non parla la mia lingua; l’unico mio recapito è la malinconia che coltivo come un fiore di serra.
– Non dire stronzate! So che a quarant’anni vivi ancora con i tuoi genitori!
– Non è esatto: vivo in una stanza dentro la casa dei miei genitori: è una cosa molto diversa.
– Vabbè… Vuoi dirmi cosa pensi della tua città?
– Penso che sia un posto meraviglioso, un posto in cui è bello decomporsi. Qui ho visto persone, animali e cose in totale decomposizione e, nello stesso tempo, in perfetta armonia con l’ambiente circostante: qui l’essere biodegradabili assume un significato metafisico. Hai mai visto “Città Giardino”?
– Ci abito.
– Allora non devo aggiungere niente.
– Credi in Dio?
– Più che altro ho dei sospetti, ma spero di sbagliarmi.
– La grande attrice e teologa Anna Falchi ha detto di avere perso la fede dopo che aveva visto un prete appartarsi con una prostituta.
– Mah! Io Anna Falchi l’ho vista recitare, ma non per questo ho smesso di credere nell’esistenza degli attori.
– Sei, o passi per essere, un nichilista: hai mai pensato al suicidio?
– Ci penso quotidianamente, ma mai al mio. E poi il suicidio è un bene troppo prezioso per sprecarlo in un gesto solo.
– All’estero non godiamo di buona stampa: persino a Carapelle dicono male di noi.
– Dovremmo esserne orgogliosi: “La merda è una certezza: bene o male, siamo noi a farla” diceva Flaiano. Qui ne facciamo molta, e di ottima qualità”.
– Sono sempre più numerosi i gioveni che sniffano coca e bevono superalcolici. Non pensi che sia un fenomeno preoccupante?
– Mi preoccuperei di più se bevessero coca e sniffassero superalcolici.
– Voglio dire: non credi che ciò denoti un profondo male di vivere?
– Se basta così poco a farselo passare, non deve essere poi un gran male.
– Chi ti dice che vogliano farselo passare?
– E chi ti dice che sia male di vivere? Molti sono beatamente ubriachi e fatti, senza che un solo pensiero li abbia mai sporcati. L’infelicità non è intelligente in sé, e comunque quella altrui non m’interessa: preferisco concentrarmi sulla mia.
– Il tuo pessimismo mi dà i brividi; mi ricorda l’atteggiamento che Hermann Rauschning, sulle orme di Nietzsche, definiva “la rivoluzione del nichilismo”; l’anticamera dell’abisso in cui sprofonda chi non ha un orizzonte morale davanti a sé.
– Bella citazione; l’ho apprezzata molto. Ora, se non ti spiace, ti saluto, ché sta per iniziare La gonade di Monza. Guardo film porno e poi ne faccio l’elogio, come se fossero capolavori, per snobismo, cioè per sembrare più intelligente di quelli che li disprezzano. (Ho imparato a farlo da Giampiero Mughini.)
– Come vuoi. A presto.
– Spero di no. Un’ultima cosa, prima che ci salutiamo.
– Dimmi.
– Chi cazzo è Hermann Rauschning?

Chi è Davide Profundis

Davide Profundis è un poeta (disse di lui il critico Bigio Graus: “È il più grande poeta incapace di scrivere che io conosca”), affabulatore, ammaestratore d’ombre, esperto di polluzioni notturne. È il teorico del movimento letterario “I Bariccati”, che propugna (si dice così?) un mondo in cui almeno una persona per nucleo familiare riesca a pubblicare un libro: famoso il suo motto: “Pubblicare meno, pubblicare tutti”. Tra le sue raccolte di poesie da citare: Scaracchi in sol maggiore e Era bello masturbarsi negli anni Ottanta; tra i romanzi: La Maria che amo cresce altrove; Non mi uccido a pancia vuota; Barboni d’accatto: non è un caso se mendichiamo nei giorni di mercato. È anche un prolifico saggista; tra i titoli più noti: Deiezioni letterarie, I maestri di pensiero che ci meritiamo: da Marcuse a Jovanotti; l’indagine sociologica Veneri con l’alitosi e il volume, improntato alla teologia negativa, Dio esiste, ma non crede in se stesso. Tutti i suoi libri sono editi per i tipi di ECF (Edizioni della Casta Foia). Attualmente lavora a un libro di ricette.

Pubblicato su “Sguardi” nel 2005 (il mese non me lo ricordo). Ma forse era il 2006.

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 26, 2017

Al telefono con l’editore

– Buongiorno. Sono Eufrasia Telometto, della Telometto Edizioni.
– Buongiorno, anche se sono le ventuno e trenta.
– Mi scusi, ha ragione. Sa, il lavoro è tanto e capita che si perda il senso del tempo. Buona sera, giusto?
– Buona sera a lei. Mi dica.
– Possiamo darci del tu?
– Certo!
– Bene, volevo dirle che…
– Non dovevamo darci del tu?
– Mi scusi… ops… scusami. Volevo dirle-dirti che il suo-tuo libro, “L’inquietudine della peristalsi”, è pronto.
– Vorrai dire “La serenità della digestione”.
– Scusami. Sai, la nostra casa editrice ha centonovantatasette collane: ricordare tutti i titoli è impossibile. Proprio stamattina ne abbiamo inaugurata una dedicata ai titoli che iniziano con “Sfeqr”. A questo proposito, ammetto di essere in grande difficoltà nei tuoi confronti.
– In che senso?
– Trovare una collana in cui inserire il tuo libro non è facile.
– Per via dell’argomento, dici?
– Ah, ci diamo del tu? Benissimo!
– Me l’avevi detto tu che potevamo…
– Ma certo! Scusami… sai, lo stress delle scadenze da rispettare… la promozione dei libri… le centonovantasette collane…
– Ecco, mi parlavi della difficoltà di inserire il mio libro in una collana.
– Esatto. Insomma, un libro che parla della peristalsi…
– Della digestione…
– Sì, ecco, della digestione, non è facile incasellarlo.
– Ma la digestione va intesa in senso metaforico, come capacità dell’individuo di introiettare, digerire, appunto, le suggestioni visive, verbali ed emozionali del reale come fenomeno estetico.
– O mamma mia, che roba difficile! Mica l’avevo capito che il tuo libro fosse così tosto… (A proposito: ci diamo del tu, sì?)
– Ma sì.
– L’idea era quella di inaugurare una nuova collana in onore del tuo libro. Pensavo a qualcosa come: “Assimilazioni e/o dissimilazioni”, o, per essere più precisi, “Percorsi misteriosi degli alimenti nell’organismo dei mammiferi evoluti”, ma il tuo discorso, così profondo e introspettivo, mi ha spiazzato. Che ne dici della collana: “Libri che non rientrano in alcuna collana perché originali in modo singolare?”
– Non è il massimo.
– Peccato che non si possa inserirlo nei “Classici fuori tempo”.
– Beh, definire il mio libro un classico mi sembra eccessivo.
– I classici fuori tempo, in realtà, non sono veri classici, ma copie originali dei classici, fatte in modo inconsapevole.
– Non ho capito, scusami.
– L’idea me la diede un autore, toscano di Poggibonsi, che si presentò nel mio ufficio due anni e mezzo fa. Mi propose un romanzo che diceva di avere scritto in tre giorni, due ore e sei minuti. Lo lessi e lo trovai meraviglioso, di una bellezza e di una verità abbacinanti. Aveva un solo difetto.
– Quale?
– Era stato già scritto qualche decennio prima. Era una copia precisa, esatta fino alle virgole e alle interiezioni, dell’Ulisse di Joyce.
– Un plagio.
– Nooo! E’ questa la cosa incredibile. L’autore lo aveva scritto in seguito a una crisi mistico-identitaria, durante la quale si mise a parlare in inglese, sebbene non lo avesse mai studiato (non si era mai mosso da Poggibonsi: non ne conosceva neanche i dintorni. Una volta era stato a Monteriggioni, ma ci si era perso e non volle più tornarci). Tra l’altro, era semi-analfabeta; quindi non poteva aver letto il romanzo. Quando gli chiesi se avesse sentito parlare del Joyce, mi rispose che non frequentava i bar. Che candore! È tipico dei geni. No, no, si trattava di un’opera originale, scritta ignorando il precedente illustre. Ogni tanto capita. Coincidenze? No, è il riproporsi del talento nel ciclo continuo della fantasia. Che meraviglia! Insomma, ideammo una collana dedicata agli scrittori che hanno avuto la sfortuna di avere le stesse idee dei grandi autori, con qualche anno – o qualche secolo – di ritardo. Non si può mortificare il genio in nome di un traguardo tagliato fuori tempo massimo. Non ti pare?
– Beh…
– Ora, se il tuo libro non è stato già scritto da un autore molto noto, esperto dell’apparato digerente e del percorso dei cibi al suo interno, difficile inserirlo nel “Cassici”, capisci?
– Sì, credo. Insomma, dicevi che il libro era pronto.
– Sì, sì, volevo dirti che le quindicimilatrecentosettantatré copie del tuo libro, da te gentilmente acquistate, sono pronte. Te le spediamo quando vuoi.
– Posso dirti una cosa?
– Mi dica… ops… dimmi.
– Che me ne faccio di quindicimilatrecentosettantatré copie del mio libro?
– Beh, le hai comprate, qualcosa ci farai.
– Le ho comprate, perché mi avevate detto che era necessario per “agevolare la pubblicazione del libro”; l’espressione è vostra.
– Esatto, una spesa modica per agevolare la pubblicazione e la stampa di quindicimilatrecentosettantatré copie del tuo libro, che non esito a definire bellissimo.
– Sono contento che ti sia piaciuto.
– Cosa?
– Il libro.
– Ah, certo, un libro splendido, davvero.
– È bello essere letti e apprezzati da chi se ne intende.
– Cosa avrei dovuto leggere?
– Il mio libro.
– Uh, volevi che lo leggessi? Scusami, non ne ho avuto il tempo… Il lavoro da fare qui è tanto, e il tempo per leggere è difficile trovarlo. Credimi.
– Non hai letto il mio libro?!
– Io? No. E non potrò leggerlo mai. Anche perché le copie le abbiamo già imballate. Tutte. Non me la sono sentita di tenermene nessuna.
– Eppure hai detto che è bellissimo.
– Certo che lo è. Tutti i libri che pubblichiamo lo sono. Non abbiamo bisogno di leggerli per saperlo. Se li leggessimo, potremmo cambiare idea, non le pare? (Oddio, non mi ricordo più se ci stavamo dando del tu o del lei.)
– Del tu, credo.
– Ah, bene!
– Mi avevi detto che avreste distribuito il libro nelle migliori librerie del paese.
– Ci sarebbe piaciuto farlo, ma sai, in paese di librerie non ce ne sono.
– Di quale paese parli, scusa?
– Di San Giancanio sullo Smencio, dove abbiamo la nostra sede principale, che poi è l’unica. Non ci sono librerie, qui. Purtroppo. A proposito: mica ti andrebbe di aprirne una? Potresti prendere i classici due piccioni con l’altrettanto classica fava: potresti dare vita a un’attività senza concorrenza e, già che ci sei, promuovere il tuo libro. Anzi, potresti vendere solo quello (con quindicimila copie e passa, sai quanti scaffali riempiresti). Che trovata: una libreria che vende un solo libro! Saresti il primo a farlo. Se non nel mondo, a San Giancanio.
– Pensavo che la promozione l’avreste fatta voi.
– Se vuole possiamo farlo.
– Il tu, please.
– Oh, che gentile! Dicevo che possiamo farlo, se vuoi, e anche se vuole. Basta che ci spedisca indietro le copie che vuoi promuovere. Poi noi penseremo a distribuirle a chi di dovere. Per questo servizio non dovresti pagare. Non subito, almeno.
– Non so se mi convenga.
– E perché non dovrebbe? Le spese di spedizione per i nostri autori sono ridicole. Quelle di promozione, ancora di più. Hai qualcosa di preciso in mente?
– Una presentazione pubblica, per esempio.
– Ah, quella manfrina noiosissima! Si potrebbe fare, certo, ma sconsiglio di farne nel solito modo, con te che parli del tuo libro a una platea di venti, venticinque persone distratte e dallo sbadiglio facile. Se invece tu optassi per venti, venticinque presentazioni individuali, una per ogni ascoltatore, le possibilità di un colpo di sonno fatale si ridurrebbero in modo sensibile. Sensibile come il tuo ascoltatore, che non ti si potrebbe addormentare sulla faccia a tradimento. Comunque, te ne accorgeresti e potresti umiliarlo con la tua indifferenza. Ovviamente venticinque o (si spera) più presentazioni personali, avrebbero costi più alti rispetto a una sola per un auditorio più corposo. Ma ci sono sempre gli sconti-distrazione.
– Cioè?
– Se l’ascoltatore si distrae, non gli paghi il parcheggio. Se annuisce mentre parli e ti sorride, gli paghi il parcheggio, la benzina e, se lo vuoi accanto a te la sera, la cena. Un’altra idea potrebbe essere quella di presentare il tuo libro parlando del libro di un altro, per incuriosire i presenti. Che altrimenti non ti ascolterebbero. In Svezia questa tecnica è praticata da anni, con ottimi risultati.
– Le presentazioni a questo punto le eviterei.
– Come preferisce. Vuole fare avere il libro a un critico letterario?
– Hai ripreso a darmi del lei.
– Immaginavo che preferissi così, ma mi adeguo. Dicevo: vuoi che un critico abbia il tuo libro? Noi penseremo a rintracciarlo, dovunque si nasconda, e a recapitargli la tua opera. Tu ti limiterai a dargli una piccola gratifica per incoraggiarlo alla lettura. (Sai, la pigrizia di certi critici…) Ma solo se vorrai che ti legga.
— Oppure?
– Oppure potremmo consegnargli il libro con la raccomandazione di non leggerlo. Perché il rischio che non ti apprezzi c’è sempre. Qui pagheresti solo il recapito del plico, e magari un impacchettamento fantasioso, per stuzzicare la curiosità del critico. Anche se non ti leggerà mai. Se invece vuoi spedire il libro a un amico o a un parente, semplice: ce lo spedisci a tue spese, e noi glielo facciamo avere in circa sei settimane. Sette al massimo.
– Sette settimane? Sono troppe!
– Pagando un po’ di più, anche sei.
– Troppe lo stesso.
– Beh, le spedizioni dalla Nuova Zelanda non consentono tempi rapidissimi.
– Ma la vostra sede è in Italia!
– Sì, ma le spedizioni le facciamo da Wellington. O meglio, spediamo ufficiosamente i libri a Wellington, per poi rispedirli da lì, ufficialmente, a clienti, distributori, autori e parenti. È una complicatissima questione di marketing, che non sto qui a spiegarti. Peccato che il nostro spedizioniere in loco sia morto l’altro ieri. A proposito: conosci qualcuno da quelle parti? La tua libreria potresti aprirla direttamente lì. Così eviteresti di sobbarcarti i costi di spedizione. Almeno in parte.
– Non ho nessuna intenzione di aprire una libreria in Nuova Zelanda!
– Ma in Italia le possibilità di successo sono minime.
– Non voglio aprire nessuna libreria, né lì né qui!
– Come darle torto? Campare coi libri è quasi impossibile! Mi creda, io ne so qualcosa, signor… signor…? Oh, mamma! mai che ricordi i nomi dei miei scrittori preferiti!

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 20, 2017

Camminatori unidirezionali

Ho notato che le persone qui a Sanz non si scansano. Dico quelle che camminano per strada: mantengono la loro linea e non fanno neanche la deviazione minima per scansarti. Lo faccio sempre io, per evitare l’impatto. Così un giorno ho deciso di fare come gli altri, i camminatori-trattori unidirezionali. Ho mantenuto la mia linea, deciso ad andare fino in fondo, a costo di morire. Un paio di volte ho chiuso gli occhi, perché alle avventure pericolose non sono abituato. Ho avuto tredici scontri: una vecchina con la spesa, che poi me ne ha dette tante in una lingua che non conosco, un bambino grasso dalla faccia scema, una ragazza viola e blu che parlava da sola, un impiegato delle poste fuori servizio, due cani arroganti che avevano appena fatto la loro popò canina, la loro popò, mio zio Stefano, che è toscano e non so cosa ci facesse a Sanz (perché non mi aveva avvisato che veniva?), un paio di persone che credevo morte da anni, una palina pubblicitaria e un trovarobe che aveva perso qualcosa. Tutto sommato mi è andata bene, ma non lo farò mai più.

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 5, 2017

Buoni propositi

Gli ultimi anni passati a espiare la prolissità, gli intorcinamenti (linguistici e mentali), l’enfasi della giovinezza.
Giustissimo, ma contraddirsi ogni tanto è necessario, anche ora che siamo consapevoli e abbiamo paura di sembrare ingenui o retorici o scontati.

Pubblicato da: piccolochandler | dicembre 29, 2016

Mendicanti

La creatività di alcuni mendicanti ti fa capire che anche quello è un mestiere. Certo, sono un bersaglio facile per chi si suda lo stipendio, e anche per chi non se lo suda, ed è comprensibile: “Vai a lavorare!” è il pensiero meno velenoso che gli esca di bocca. Capita la stessa cosa con i preti che toccano le donne: fanno schifo anche a noi zozzoni ordinari che non diciamo messa. Ma io ho visto un mendicante che a novembre indossava un vestito di carta. Ne ho visto anche uno che chiedeva l’elemosina sotto la pioggia e, siccome non era scemo, aveva in mano l’ombrello: l’arnese del mestiere. A Lecce, davanti alla Upim, un africano di cinquant’anni vendeva accendini a mille lire. Non li comprava nessuno, ma lui senza scoraggiarsi continuava a gridare il suo mantra: “Milleliremilleliremillelire”. Lo avresti preso a calci per farlo smettere, oppure gli avresti comprato tutti gli accendini. Ma così gli avresti tolto il lavoro, perché davvero sembrava che stesse lì solo per il gusto di romperti i coglioni. Ricordo anche un vecchio che somigliava a Max von Sydow. Non si sapeva da dove venisse: qualcuno diceva che fosse argentino, qualcun altro austriaco o polacco. Dicevano che era stato ricco e che aveva perso tutto, non si sa come. Ma questo lo dicevano anche di altri che ricchi non erano mai stati. Lo vedevi camminare imbambolato sul viale, lento come un transatlantico, lungo come una pertica. Un giorno ero seduto con due amici su una panchina del parco, e lui ci passò davanti. Ci chiese cinquanta lire; io gliele diedi, non per bontà, ma perché il suo sguardo severo mi intimidiva: aveva negli occhi il lampo buio di certi professori universitari. Il vecchio si mise in tasca la moneta e avvicinò il suo volto al mio. Furono due secondi quasi di paura. Mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò senza dire niente. Non l’ho più incontrato. Ogni tanto, quando vedo von Sydow in televisione, ci penso ancora, e mi piace credere che fosse proprio lui, impazzito per un mese durante una vacanza sul Gargano.

Pubblicato da: piccolochandler | dicembre 26, 2016

Misunderstanding

Apro il giornale e leggo un pensiero virgolettato, che mi sembra un lampo di genio: “«Vivrò poco. Del resto, ho sempre fatto una vita morigerata». Ho pensato subito a Oscar Wilde. Mmm… stracitato, no. Petrolini? Potrebbe essere, ma un conto è fare battute, un altro è avere presentimenti. Woody Allen, ancora lui? Gli mettono in bocca di tutto (pare che quella cosa di Dio e di Marx non l’abbia mai detta). George Michael, che è appena morto? Allora era un genio universale. Macché. Era una dichiarazione di propositi ascetico-esistenziali di Roberto Formigoni, priva di una preposizione: l’avevo letta male. “Vivrò con poco”, aveva detto. Sempre di un paradosso si trattava, ma vuoi mettere? Anche come battuta, non sarebbe stata memorabile. Peccato. Gli sarebbe bastato così poco, appunto, giusto una preposizione, per passare alla storia dei geni mancati, o di quelli che sorridono sull’orlo dello sprofondo, e invece…

Pubblicato da: piccolochandler | dicembre 23, 2016

Il tuo nome

Il tuo nome

Il tuo nome fai fatica a starci dentro,
vedi la mezza luna quasi piena
della lettera con cui comincia:
ti illudi di riposarci la schiena
tanto è rotonda e morbida la sua promessa,
invece è la consonante
inopportuna di “Come?” “Cosa?”
Quando senti pronunciare il tuo nome
riconosci dall’abbrivio spaventoso
l’invito della guardia di confine
a dichiararle qualcosa.
Qualcosa… giusto il tuo nome;
l’espressione eretica delle impiegate
che se lo passano rimpicciolito
di bocca in bocca per credere a una parola,
ti scrutano in agguato tra le ciglia
ti chiedono di esibire le prove
della tua inconsistenza terrena.
Le prove, sigillate nel nome.
Non ci stai dentro tutto nel tuo nome
spunta sempre un pezzetto
anche solo un piede che dondola dal bordo
ma non è un’amaca, non ci puoi stare comodo
rimanere in silenzio, farti aspettare:
è un punteruolo per entrarti nel fianco
grattare la vernice, la chiamano così,
dell’essere-apparire
raschiare quel po’ di colore
che somiglia a un sorriso,
ed è un suono di due sillabe
che dà il via allo scavo:
chi ti chiama per nome
vuole impararti, saperti controvoglia
occuparti un centimetro alla volta
o peggio tutto insieme, da radice a radice,
da quella dei capelli a quella dei respiri.
Chi ti nomina ti ribalta
senza chiederti il permesso,
e tu speri che il tuo nome
ti nasconda in un cappuccio
a quelli che hai davanti
e intorno, tutti con lo stesso nome
diverso dal tuo, così disabitato
che suona come quello di un indiano pellerossa
(sai gli uomini che si accigliano e sono nuvole
o fanno la guerra e sono lampi notturni
o falconi insonni, il nome personale,
a ciascuno il suo, quel nome
fatto di un pane che non si condivide.)
Ti capita di morire
e allora il nome ti si scioglie addosso
sbrilluccica come un barattolo
legato alla marmitta di un’auto senza sposo
e tu rimani lì da dove sei partito.
Lo incidono sul legno, sulla targa
che illumina il tuo vuoto
e tu dall’uovo in cui sei rientrato
con l’anima mischiata alle frattaglie
da dietro al guscio in cui te ne stai composto
nel tuo corpo nuovo
con le tue unghie liquide
non riesci a cancellarlo
il nome che continua a schiarirsi la voce
sotto la luna e sotto il sole
anche se ti ha dimenticato.

Canio (dicono)

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