Pubblicato da: piccolochandler | settembre 19, 2017

I cerchi

Quelli che il poeta colombiano

disegna nell’aria con un dito

mentre legge nella sua lingua.

I cerchi a ogni strofa diventano

più larghi e infuocati dall’enfasi

l’ultimo ingoierebbe una tigre.

La voce gli gonfia una vena

del collo, nasce grossa

e piano piano si sfina

come se uscisse da una bottiglia.

La centrifuga delle parole mescola

sangre olvido mariposas

palomas que picotean.

Nelle sue poesie i piccioni

non si contano e tutti becchettano

qualcosa: briciole di pane

ma molto di più cabezas

corazones y pensamientos.

Chi lo ascolta gli chiede il senso

di tutto quel beccare senza metodo.

Risponde che ha a che fare con la fine

dell’esistenza, una specie

di sigillo appuntito del destino.

La fine ha una sua bellezza dice

gli uccelli ci mettono solo il punto.

Dopo la lettura c’è chi lo applaude

e chi resta perplesso.

Tornando a casa qualcuno pensa

ai piccioni che beccano carne viva

e rimpiange la discrezione degli avvoltoi.

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Pubblicato da: piccolochandler | settembre 7, 2017

Consulenti

Le ottantenni che arrancano col carrello
della spesa e si arrampicano sui marciapiedi
con l’anima aggrappata al fiato
che le zavorra al piano orbitale
un telecomando che le trascina
dalla casa al mercato dal mercato alla casa
sembrano sgretolarsi a ogni colpo dei tacchi
sulle basole scelte dal sindaco
dici ecco ora cascano e si sfarinano
senza un lamento o fanno in tempo
a invocare la Madonna come mio nonno
trafitto da un ferro da materasso.
Ma lui era un ragazzo e poteva morire.
Loro invece no non moriranno
lo hanno giurato chiudendo la porta
prima di uscire all’avventura
tra occhiate e insulti sparati a salve
da figlientrocchia di tredici anni.
Se per sbaglio gli passi accanto
ti danno consigli sugli investimenti
la crisi economica è un trucco di Giuda
per portare al governo i falsi invalidi
la psicologia è roba da scemi col sesso
avvizzito tra le cosce avvolto intorno
alla vita come una cinta di pelle
ascolta loro che sanno a memoria
le parole che bruciano il petto ai giovani
come te nati per la guerra che si combatte
nei condomini spaventosi di silenzi
e di abbai nel veleno delle anticamere
degli uffici ministeriali. O sei forse disoccupato?
Non credere ai venditori di tappeti a reazione
a meno che non facciano buoni prezzi
quello che hanno comprato il mese scorso
non si alzava più di un metro da terra
e poi ricadeva nella polvere.
Dai retta a loro che hanno vissuto
quasi un secolo quello passato
rotolato a valle con le ossa dei martiri
e dei mendicanti le frasi mischiate
di oro e merda che uccidono i giudici
più del tritolo – lo ha scritto un giornale
non ricordano il nome.
Le ascolti nei loro salmi furiosi
che chiedono di reggersi al tuo braccio
le ascolti le detesti perché sono nate
prima del ’49, l’anno di tua madre
che non dava consigli lungo la strada
per evitare lo sporco dei cani
non portava mai il carrello appresso
ed è finita dentro una buca
nella voragine di una stregoneria
succhiata giù da un magnete di cristallo
e non fai in tempo a dire alle vecchie
che non ti chiamino più ragazzo ché hai
i tuoi anni e molti li hai chiesti a Dio
per non imboccare la strada del sole
e intanto quelle lasciano la muta
delle lucertole ringiovaniscono
all’improvviso sgusciano via rapidissime
per sposarsi di nuovo e tornare vedove
chissà dove in quale universo
lì accanto a te resta appena un’orma
sulla strada una pozzanghera
di giudizi scontati sdentati immortali
come un raccapriccio che insanguina l’erba.

 

Pubblicato da: piccolochandler | agosto 30, 2017

Geometria delle coincidenze

Abitano sulla stessa scala

del palazzo di un rione quasi borghese

un’enclave di dialetti terroni

incolonnati come vertebre

nella carne dello stare al mondo.

Si ignorano come tutti i vicini di casa:

se tra loro c’è una fraternità

è sempre al di qua della simpatia

del fastidio di salutarsi

è la natura che li lega

a un invisibile filo di sangue.

Le marionette di carta che si aprono

come frasi identiche

non hanno sguardi meno bianchi

delle loro fantasie –

il paragone è facile, non gli piacerebbe.

Al primo piano un uomo di quarant’anni

una madre spagnola un padre autarchico

che gli fa la spesa e ogni tanto piange

se lo vede ubriaco quel figlio

allevato in cortile diventato pazzo

per avere scambiato il no di una donna

col do delle trombe del giudizio. Capita.

La ragazza che gli fa eco al secondo piano

insulta sua madre, vorrebbe morire

per non somigliarle diventando vecchia

coi capelli ingrommati di tinta

l’alito degli alveoli vuoti

ma ogni sera le chiede il favore

di rimboccarle le coperte.

Al terzo piano c’è un professore

di cucito e di economia

ha spesso due macchie nelle mutande

quella davanti è la sua preferita.

Spia l’oltremondo con il telescopio

mentre impara la lezione del giorno

che ripete nel suo nascondiglio

pensa alle notti degli innamorati,

gli basterebbe un posto

nelle fessure dei loro sguardi

e nelle altre di cui si vergogna

per indovinare le traiettorie

dei baci e delle carezze.

L’infermiere del quarto piano

sa fare punture di precisione

sotto le unghie tra le dita dei piedi.

Mette la divisa del fratello

che abita di fronte e gli presta gli aghi

e anche i pensieri che lo accoltellano

non sono suoi ma gli guastano il sonno.

La vedova che sta al quinto piano

crede che le abbiano fatto il malocchio

che il diavolo sorrida dentro il cognato

podista dilettante che voleva sposarla.

Il giorno che il cuore gli scoppiò

durante una gara che arrivava a Faenza

rimase a terra col suo amore cattivo

e lei non versò una lacrima

che non avrebbe versato

per un povero cristo senza nome.

A chi non capiva la sua indifferenza

rispondeva che tutto ha un significato

ricordare un nome come dimenticarlo

accarezzare un volto come graffiarlo

Dio non è un impresario del baratto

e per questo avrebbe pregato.

Vivono tutti sulla stessa scala

si confondono con gli altri pazzi

ma non vogliono incuriosirti

non scrivono versi non dipingono

indossando sottane per sentire

un respiro vinoso nel corpo.

Non testimoniano il disordine del mondo

e neanche il loro.

Gli anatomisti dello stupore

i bravi a sorprendersi i commossi

non saprebbero cosa farsene

di un caos così inconcludente

che rifiuta la poesia e la prosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da: piccolochandler | agosto 10, 2017

Allinearsi

Il momento in cui, col pretesto

delle cose che prendono forma,

tutto segue una linea imprecisa:

lo sguardo di chi ti odia uccide il tuo vicino

il bla bla dei corpi stesi al sole

ha la trasparenza delle meduse

i ricordi delle meduse parlano

di rivoluzioni finite sulla spiaggia

il rossetto deraglia oltre il solco delle labbra

il bacio lo segue e sbaglia strada anche lui

il tacco si spezza sulla passarella

e non succede altro, solo un inconveniente,

l’andare che si inceppa, nessun effetto comico

il prete benedice l’ostia e pensa a sua madre

la madre che non sa il francese dice al figlio

j’ai prié pour toi, il figlio sospetta

che il dottor Stevenson abbia ragione

quando parla di ferite del corpo

che emigrano con l’anima

ma non può verificarlo perché

il dottore è morto prima di sua madre,

un pensiero impreciso come tutto il resto.

 

 

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 14, 2017

Piccole manovre dell’abbandono

Le prime a cadere sono state le piante,

non per volontà del tempo o del destino

ma di chi le aveva ficcate nella terra,

un finto giardiniere poi pentito

fanatico del bricolage naturalistico.

Messe lì per dominare sulla voragine

del cortile erano ridicole, uno sbuffo verde

intorno al grigio su quattro righe di terra

macilenta, quattro aiuole fallite,

con un po’ di impegno tombe di passeri,

neanche i vermi ci dormivano comodi.

Affacciate sull’asfalto in coda alle automobili

parevano sfottere non si sa cosa:

la natura, la tecnica, l’arte dell’equilibrio.

Ma erano vere piante, con vera linfa e foglie

che cadevano davvero e rinnovavano

il cerchio dell’esistenza, i suoi disegni,

trattandosi di alberi, sempre concentrici.

Gli uccelli che ci stavano al riparo

erano veri uccelli con le piume e il becco

e anche le cicale d’estate facevano

le loro pernacchie ascellari che sentivi

fino allo sconquasso del cuore

nel sonno pomeridiano.

Ma proprio perché erano piante vere

avevano radici che spaccavano

l’asfalto, formavano crepe sulla superficie

come quelle sulla crosta del pane.

Perciò decisero di abbatterle

a una a una, le piccole e le grandi

il pino di tredici metri, il più alto del quartiere,

e la pianta di rose aggrappata al cancello

(ogni tanto una mano giallastra

ne prendeva una per portarla in chiesa

e io che non sapevo i nomi dei fiori

odiavo quella mano perché

sporcava la morte delle rose, o così credevo).

Ma quella pianta forse era già marcita

in un fosso prima del massacro.

Poi è stata la volta degli animali

gli occhi notturni della casa,

una bastardina ermafrodita

mezza chihuahua, mezza tina pica

un’idea storta a forma di cane,

abbaiava per dimostrare al mondo

di non essere un’invenzione messicana

ma con un’ottava più alta, incarognita

che pensavi ai rimproveri ululati

dalla nonna catarrosa ubriaca

di vino e acqua a cui il nipote

straniero rubava i giocattoli.

Aveva tanto coraggio quella nonna-cane

finché ti restava in braccio, e da lì

sfidava gli eserciti e i camorristi,

e che schifo aveva dei suoi simili,

cani senza rimedio, e del sesso

miserabile che le offrivano.

Femmina disponibile e cialtrona

nel tête-à-tête col cibo,

l’unico maschio che non la spaventasse.

Vederla morire nell’agonia di una notte

la traccia sempre più debole del fiato

che le increspava il labbro sopra il dente

a fondo nella paralisi degli occhi

sbarrati dalla sorpresa “Dio cane, sto morendo” –

fu quasi un allenamento alle altre veglie.

E una coppia di gatti, vissuti more uxorio

(tradendosi il giusto da buoni borghesi),

lui con la faccia napoletana

scavata sotto gli zigomi, i lineamenti mobili

del comico, ci leggevi la gioia, il dolore,

la noia del niente di nuovo nel deserto

mai visto prima un gatto così trasparente

nei suoi pensieri, così impoetico;

lei gonfia come un enorme bignè tigrato

per via di un’operazione,

lei gatta-moglie-madre, lui gatto-ragazzo

in pantofole con poche opinioni

e nessun segreto. Lui morì per primo

lei tre mesi dopo, schiantata dal lutto

della vedova, come Giulietta e Sandra.

I gatti ti insegnano a morire:

basta guardarli scherzare sullo sprofondo

abbuffarsi e fare debiti il giorno prima

seguire la curva fino all’impatto

col moralista che arriva contromano.

Infine è toccato agli uomini

quello che aveva piantato

gli alberi e le rose, il finto giardiniere

competente almeno una volta

chi aveva allattato i figli dei gatti

e portato a spasso il cane sgorbio ermafrodito,

il sesso che chiedeva l’ultima confidenza

della lingua, il corpo sgonfiato del padre

senza rifugio tra le lenzuola bianche oscene

il ventre della madre posata su un tavolaccio

e anche lì, in quelle morti tanto umane

non ci vedevi la volontà del tempo

e del destino ma un’altra che non era

quella che strappava le rose

e neanche quella sottintesa di Dio,

nessun distacco, nessuna morale

nessun commiato, nessuna pace

nemmeno una schiuma di eternità

solo un contraddirsi per sparire meglio

di tutto ciò che nasce e fa rumore

uomini animali piante

occhi bocche parole versi

e la loro maldestra inclinazione all’assenza.

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 9, 2017

Il titolo non ce l’ho

A Sanz c’è una quantità di scrittori poeti romanzieri saggisti che farebbe tremare la biblioteca di Babele. Personalmente conosco una quarantina di persone che hanno pubblicato almeno un libro. Non esagero. Ci sono pure quelli che scrivono e non pubblicano, o lo fanno a modo loro, e qui il numero si gonfia a dismisura. Per anni li ho sbertucciati, li ho chiamati pazzi, fatti di vino o di altro: per divertimi con gli amici dicevo che certi gruppi di intellettuali del posto somigliavano ai servizi di igiene mentale nati dopo la legge Basaglia: senza i quali i matti avrebbero fatto molto più casino. “Se questi non scrivono e non si associano, possono fare danni: gridare in faccia al mondo come Donato “Imitatio Christi” davanti al bar London, denudarsi in pubblico, compiere stragi o cose peggiori”. Senza sapere che il discorso vale per tutti, anche per gli scrittori “veri”.
Poi ho cominciato a pubblicare anch’io, io che pensavo che scrivere fosse come mettersi le dita nel naso (lo faccio con gioia, ma non voglio testimoni); e allora ho cambiato idea. “Chi cacchio sono per giudicare gli altri?” mi sono detto e mi dico. Insomma, chiedo scusa a tutti, avevo torto.
Sanz è un posto pieno di energia fresca, a dispetto della realtà che ti prende a calci, anzi grazie a quella realtà. Forse è come dice un mio amico poeta, secondo cui chi scrive, soprattutto qui, lo fa perché avverte la presenza del male. Come gli animali, che sentono le vibrazioni più segrete della terra, si agitano prima del terremoto. Ce ne accorgiamo quando tutto è crollato. E’ la stessa cosa per gli artisti – qui ce ne sono tanti: musicisti, cabarettisti, musicisti cabarettisti, pittori, disegnatori, scultori, illusionisti, eterni illusi.
Alcuni sono pazzi in senso tecnico (non parlo dei miei amici, che lo sono nel modo giusto, pazzi); gli altri però hanno qualcosa da dire, e lo dicono, infatti. La salvezza di questa città passa anche dalla loro capacità di raccontarci. Ascoltiamoli un po’ di più, non aspettiamo che tutto sia crollato, specie ora che i segnali sono inquietanti. Non è un elogio del matto allegro: il confine tra il “creativo” e lo scemo del villaggio, nell’opinione dei conformisti, è stato sempre sottile. Accade da secoli. Ma il conformista sbaglia sempre, e spesso anche la realtà.

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 6, 2017

Appendice al discorso del nome

C’è anche il nome che credi di abitare
finché non lo senti uscire da una bocca
sformato dalla pronuncia, chiara
confusa cambia poco: non rispondi
(ce l’hanno con tuo cugino portatore disinvolto
del nome nonnesco di seconda mano?).
Il nome illusorio, numerato, soffio di una voce
che non riconosci, si rivoltola
con te nei sogni, voce di sabbia
che ti chiede un bacio, tu non puoi rispondere.
Non è lo stesso nome detto
tre volte da chi sta morendo prima di te,
tuo padre che ti chiama e ti dice
parole misteriose, non ne capisci una
non sai se le strascica la luce intatta
del desiderio di portarti a Parigi
le carezze sconosciute del mondo
un rimprovero, l’ultimo,
un po’ più rumoroso, allegro
come il corpo che impara a non esserci.
Ogni tanto le riascolti
per indovinare il senso del discorso
magari una risposta a tempo scaduto
ma il nome che ti ha dato tuo padre
– un regalo sbagliato, un’impronta sulla faccia –
è l’unica condanna che comprendi.

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 20, 2017

https://rebstein.wordpress.com/poeti-greci-contemporanei/

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Il conto che non torna

Capita a noi che parliamo della guerra in astratto: per uscire dall’angolo di una discussione, ci rifugiamo nell’inesattezza di una contabilità che non ci dà mai torto: diciamo “un milione di morti”, con la stessa disinvoltura con cui parleremmo di dollari o di bottiglie di vino. Un milione di morti non siamo capaci neanche di pensarlo, figuriamoci un milione e duecentoquarantamila, le vittime italiane, militari e civili, della Prima guerra mondiale. Eppure ci illudiamo di cavarcela così, rimasticando numeri per simulare una competenza che non abbiamo. Quando parliamo della Grande Guerra, siamo costretti a uscire dall’astrattezza e a entrare nei dettagli, e qui denunciamo tutta la nostra pochezza, perché all’ignoranza aggiungiamo una dolosa indifferenza. La scusa è la solita: è passato più di un secolo, e il tempo fa sempre lo stesso lavoro, cancella volti e immagini o li rende irriconoscibili. Perciò il volume che Aldo Sabatino ha messo insieme per ricordare i morti del ‘15-18, sanseveresi e non, va considerato un piccolo risarcimento. Non solo per i ragazzi travolti da una guerra che non poteva essere la loro, ma per tutti quelli che ai morti cercano di dare un volto e un nome, a dispetto della storia, che “arrotonda gli scheletri allo zero” (Wislawa Szymborska). Della storia per cui “Mille e uno fa sempre mille”, come se quell’uno non fosse mai esistito. Nella realtà il conto dei morti non torna mai del tutto; c’è sempre qualcuno che sfugge all’appello. Con il suo libro, un “anti-saggio” senza tesi precotte, in cui le immagini pesano più delle parole, Sabatino ci stana dalla nostra pigrizia, ci costringe ad ammettere che uno vale più di mille, perché quell’uno racconta – vorrebbe raccontare – una storia individuale, umanissima, che un numero corredato di zeri confonde nel mucchio delle vicende insignificanti. “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa.” L’affermazione di Emilio Lussu è paradossale solo in apparenza. Uccidere un uomo è peggio che ucciderne mille, perché quell’uno lo si può guardare negli occhi: è quello che un proiettile esclude dal calcolo per approssimazione. La stessa conclusione a cui arriva Fausto Maria Martini nella poesia Perché non t’uccisi: “Non t’uccisi perché nella stess’ora / noi ci eravamo sporti sopra il fondo / gorgo del nulla, o sconosciuto e biondo / nemico (…) Non fu dunque per tema, / s’io non t’uccisi: fu per non morire!” “Io non sapevo che servire significa uccidere…” ha scritto più di recente Christopher Logue, parlando di una condizione comune a tanti uomini chiamati a combattere le guerre degli altri. Il libro di Sabatino è composto da foto di giovani in divisa. Quasi nessuno è tornato vivo dal fronte. Chi ci è riuscito, è morto dopo qualche mese; i più fortunati, dopo qualche anno. Accanto a ogni immagine, un testo – una poesia o una prosa poetica – di un autore del Novecento. Oltre ai poeti puri, come Ungaretti, Rèbora e Saba, ci sono quelli “occasionali”, come Bontempelli e Rocca, che il meglio di sé lo avrebbero dato altrove. Scrittori “ibridi” come Jahier. Gli interventisti come D’Annunzio, Soffici, Buzzi e Locchi, contro cui ora è facile scagliarsi, ma a cui si deve riconoscere almeno la coerenza delle idee e delle azioni (Locchi la guerra aveva voluto farla, e in guerra sarebbe morto a ventotto anni). Gli incendiari come Palazzeschi e gli arrabbiati come Gadda, che, se avesse potuto, avrebbe fatto crepare nel modo peggiore i responsabili del nostro sfacelo militare e i loro eredi. Ci sono gli uomini contro dall’inizio e quelli che lo sarebbero stati in seguito. Un apparato di testi che impressionano sempre, sia quando risuonano di una voce autentica, sia quando sono convenzionali e intrisi di retorica patriottarda. L’effetto, per chi li legge dopo avere fissato la faccia di un ragazzo dal cognome familiare, Minischetti o Russi o Del Vicario, è straniante, perché i testi e le immagini hanno un valore autonomo: i primi non sono la didascalia letteraria delle seconde, che non illustrano in modo posticcio le parole, ma le attirano nella loro dimensione povera e dimenticata. Di sicuro le immagini hanno una capacità di racconto che i testi, anche i più compiuti, non possono avere. Basta aprire il libro a caso per verificarlo: il cognome prima del nome, Salcone Ciro, come in un atto amministrativo, due date, la prima e l’ultima, il resoconto della morte, con la sua descrizione monotona, imprecisa: “deceduto il… in… per ferite riportate in combattimento”; lo sguardo serio di un uomo di vent’anni in posa da soldato. È qui che la nostra curiosità si sofferma più a lungo, anche se l’espressione dei soldati è sempre quella, e le parole dell’epitaffio non cambiano quasi mai. Neanche le foto dei morti anonimi, “estranei”, che incorniciano le pagine, rimescolano le emozioni con la stessa forza di quelle fototessere dall’aldilà. Ogni tanto ci si imbatte in un’epigrafe solenne, che descrive un’azione eroica, ma l’effetto è sempre quello del nudo comunicato. La differenza, rispetto ai ritratti dei militari “generici”, è tutta nei nomi e nelle date incollati alle fotografie, non nel come della morte in battaglia. Il fatto che il soldato sia morto da eroe o da vigliacco è irrilevante. A tutti è successa la stessa cosa, conta solo questo. Le facce, i cognomi che precedono i nomi, come in un elenco gridato in caserma, alludono a una quotidianità che ci è stata raccontata, non solo dai soldati-scrittori, ma anche dai soldati-contadini semianalfabeti, per i quali già scrivere una cartolina era faticosissimo. Lo storico Antonio Gibelli ha svolto un lavoro fondamentale in questo senso: il suo saggio La guerra grande – Storie di  gente comune (Laterza, 2014) analizza un numero considerevole di scritture di guerra. Tra i poeti scelti da Sabatino, Giulio Camber Barni è quello che restituisce meglio, con i suoi bozzetti di un realismo tenue e antiletterario, la vita degli uomini al fronte; i versi de La Buffa sono il corrispettivo poetico delle storie ordinarie, che le foto dei nostri soldati possono solo suggerirci. Una sua poesia si intitola, ironicamente, Fermi Tranquillo e parla di un uomo che smette il saio per arruolarsi, ma questo non farà di lui un temerario. I frammenti poetici dell’antologia non sono una chiarificazione delle immagini né un loro commento beffardo, è bene ribadirlo. La loro unitarietà è giocoforza tematica, e solo tematica. Ogni testimonianza esprime il particolare atteggiamento dell’autore verso la guerra, la sua disposizione d’animo nei confronti di un’esperienza definitiva, assoluta, che chiama in causa lo spirito e il corpo, la fede che traballa e le convinzioni che si sgretolano, portando il limite individuale un passo oltre il concepibile. Le sensibilità ovviamente sono diverse, e a ognuna corrisponde un tono di voce differente. Il discorso vale per gli intellettuali come per gli analfabeti, per le élites culturali come per i poveri cristi senza istruzione. Il grido di protesta contro chi manda materiale umano al macello, il gesto fraterno verso il commilitone ferito, l’atto di coraggio, possono accomunare tutti e appiattire le gerarchie, ma una cosa è l’adesione a un’idea o a un sentimento, un’altra l’espressione che gli dà un respiro lungo. Il privilegio degli scrittori è questo. Eppure ogni soldato ha della morte una conoscenza fisica, corporale, che esalta la sua umanità fragile. Piero Jahier vive la guerra come un’avventura solidale: il suo rapporto con gli Alpini, a cui da ufficiale deve dare ordini, è pietoso più che gerarchico. Nei suoi testi l’attitudine all’ascolto dell’uomo in bilico è evidente; l’uomo-soldato non sale mai in cattedra, e neanche il poeta. Ecco perché nelle sue poesie la parola “patria” ha la p minuscola: “Eh eh, ragazzi, la vita / non è poi così preziosa / sentite le condizioni: / tribolare emigrare ammalare / ospedali camorre prigioni. / Ehi, ragazzi, la guerra sapete / non è mica poi tanto cattiva: / almeno nelle vecchie storie / alla fine si moriva. / Quanto alla nostra grande patria: / la nostra parte di terra nativa / nel sacco, spatriando, / c’è sempre entrata. / A spalla è tanto che la portiamo.” C’è tanta pietà in questa poesia, come ce n’è nei testi di Corrado Alvaro e di Clemente Rèbora, e nelle prose liriche dei Trucioli di Camillo Sbarbaro, che certifica l’attendibilità  della locuzione “lasciarci le scarpe” nella visione di un paio di calzature vuote “al sole. Tozze; conficcate per la punta. L’uomo deve essere bocconi, la bocca disgustata premuta contro il suolo.”  Il tono di Paolo Buzzi è un altro: la Patria (necessariamente con la P maiuscola) è una bella idea per cui si muore e con cui ci si identifica fisicamente; l’asta della bandiera è un simbolo piantato nelle vertebre, la spina dorsale dell’uomo felice di diventare un automa votato alla bella morte: “Oh lussuria, sapersi / la forza d’una forza, l’arma / d’un braccio formidabile, lo svelto / strumento di morte possibile della Società.” Ma l’interventismo non è un pensiero unico, che escluda esitazioni o deragliamenti: il Bontempelli de L’Ubriaco è spesso realista, quasi mai magico, perché la verità del corpo in guerra è più forte di tutto e non ha i colori dell’arcobaleno: “Odore del camminamento / odore / odore / di cadavere usato merda fango”; e ancora: “Dormi, corpo, dormi / che a difenderti ci penso io. / Mangia il sonno a mascelle piene. / Ninna, nanna, corpo mio. / Sdraiàti nel fango si sta tanto bene. / Tu ci dormi come un dio.” Nel libro a parlare con voce propria sono i letterati, che dell’assurdità del conflitto hanno avuto una consapevolezza mediata dalla cultura. Solo chi conosceva il motto oraziano della dolce morte poteva ribaltarne il senso e svergognarlo: erano spesso autori di lingua inglese: Owen, Pound, Hemingway; e sì che per i popoli anglosassoni l’idea di patria ha avuto sempre un senso. Owen con una sconvolgente impennata umoristica aveva pensato di intitolare Beauty una poesia dedicata allo shrapnel, l’arma terribile evocata senza ironia da parecchi scrittori, per marcare l’antifrasi della bellezza che semina distruzione. I nostri contadini coscritti, invece, della verità della guerra presero coscienza solo quando la sperimentarono nella carne. La maggioranza dei ragazzi sanseveresi fotografati prima di morire, non potevano credere in una parola che chiedeva il loro sangue.

Prefazione a Dulce et decorum est pro patria mori…, di Aldo Sabatino, Esseditrice, San Severo 2017

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Raffaele Niro: Il gesto fiducioso della poesia

Non tutti i libri sono coraggiosi allo stesso modo. L’attesa del padre di Raffaele Niro (Transeuropa Edizioni) è un libro coraggioso, non per la verità umana, indiscutibile, evidente in ogni pagina, che lo illumina, ma perché rappresenta un atto di fiducia verso la poesia e le sue possibilità. Un padre che “racconta” la nascita di un figlio ha davanti a sé due soluzioni: la prima è quella di affidarsi alla dittatura delle sensazioni, correndo così il rischio di cascare nell’ovvio, sempre in agguato quando non si tiene ferma la barra dell’emozione. È la scelta più facile, giocare la partita fingendo di non sapere che i nostri sentimenti sono quelli di tutti, e che nessuno ha il monopolio della gioia e del dolore: la nascita di un figlio, la paura, lo spasimo infinito che ti separa dal primo grido, il senso di responsabilità che suggerisce le frasi più sagge, la tentazione di fuggire che te le toglie tutte. Un repertorio buono per certo cinema giovanilistico. L’altra soluzione, quella del poeta, è la più complicata, e consiste nel prendersi il tempo necessario perché nessun istante dell’attesa vada perduto, e per trovare le parole giuste per riscriverla poeticamente. Il “miracolo d’amore” di cui Niro parla è un’avventura che ogni genitore vive nella mente e nel sangue, come individuo. Il poeta invece la vive due volte, come individuo e come autore di un racconto universale. Niro non bara mai con le proprie emozioni, perché non se ne vergogna, eppure non c’è un verso del libro che sembri astutamente autobiografico, pur rimanendo immerso nella vita di chi lo ha scritto. Voglio dire che Raffaele parla di sé, dei suoi figli e della donna che ama, ma la sua storia personale sembra perdere peso rispetto al suo valore più profondo: un canto degli uomini impastati con la loro terra, un piccolo libro delle metamorfosi. Leggi le poesie di Niro e non pensi solo alla vita di un uomo e della sua famiglia, ma alla germinazione continua dell’esistenza, che ripete i suoi gesti da millenni. La differenza tra un resoconto personale e un’opera più ambiziosa, la si comprende già dalle pagine iniziali: la prima sezione (Il varco del tempo), di struttura epigrammatica, è composta da testi brevissimi, dodici quartine che scandiscono il ritmo delle stagioni, mese dopo mese nel corso di un anno (“gli alberi ad ottobre / raccolgono il dolore del vento / nel volto minuto delle viti secolari / e lo trasformano nella preghiera dell’olio”). Un diapason che detta la misura alle composizioni successive, fatte quasi sempre di scansioni nette e di improvvisi tagli di luce. Il libro esprime una devozione alla vita sentita come un flusso ininterrotto, di cui gli uomini sono le particelle elementari, “strumenti di vita nascente”. Il tempo che prevale è il presente, quello che prepara l’avvenire e gli dà un nome nuovo. Il presente in cui si celebra un’attesa che non termina con la nascita, perché la vita ne è la continua trasformazione, e “perché l’attesa di un figlio / non si conclude / con la sua venuta al mondo”. L’assenza delle maiuscole nei testi, titoli compresi, anche dopo i punti fermi, il prevalere della paratassi nella costruzione del verso, restituiscono graficamente la circolarità di un tempo che scorre senza inciampi o cadute nel vuoto: tutto nell’universo ha un senso: un padre lascia in eredità a un figlio i suoi geni, ma anche la necessità di una testimonianza da consegnare al futuro. Un frammento della raccolta, il tuo gelsomino, mi fa pensare ad alcuni versi del poeta siriano Adonis. Raffaele Niro dice a suo figlio: “mi auguro / di essere alla tua altezza / riuscire ad annaffiare i tuoi fiori / tutti i giorni / aiutarti a curare i tuoi giardini / e diventare / nel tempo / passando per la terra / il tuo gelsomino”. Adonis, nel distico finale di un suo componimento: “Ed io mi sono svegliato nella mia poesia / nel mio popolo bambino, come un gelsomino”. Non è una corrispondenza soltanto lessicale: ci si trova, mutatis mutandis, un sentimento comune della poesia come tentativo di superare i confini dei significati letterali, per scovare la sostanza delle parole, la loro radice schietta, che non dovrebbe essere mai banale, neppure nel linguaggio di tutti i giorni. In entrambi si nota una rappresentazione della natura ricondotta alla sua forma essenziale, costituita da elementi archetipici (i fiori, i giardini, la terra; in altri capitoli, l’albero, l’alba, il mare, il vento), senza indugi descrittivi, eppure geometrica nella sua precisione. Niro parla di “dolore del vento”; Adonis ha nel cuore la “memoria del vento” che non lascia niente uguale a com’era, trasformando ciò che incontra. Oggi la poesia tende a negare sé stessa per affermare la propria inadeguatezza a comunicare una visione della storia. Si impone l’aspirazione al silenzio di una teoria che considera le parole degli oggetti superflui, che designano altri oggetti (basti pensare alla scrittura fatta esclusivamente di nomi, auspicata da Giorgio Caproni). Raffaele Niro, nel suo vademecum per i figli che matureranno, ribadisce la sua fiducia nel mondo e nelle parole necessarie della poesia. Di questo coraggio gli si deve essere grati.

Da “Fermenti”, n. 245, 2016-2017

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