Pubblicato da: piccolochandler | marzo 14, 2017

Piccole manovre dell’abbandono

Le prime a cadere sono state le piante,

non per volontà del tempo o del destino

ma di chi le aveva ficcate nella terra,

un finto giardiniere poi pentito

fanatico del bricolage naturalistico.

Messe lì per dominare sulla voragine

del cortile erano ridicole, uno sbuffo verde

intorno al grigio su quattro righe di terra

macilenta, quattro aiuole fallite,

con un po’ di impegno tombe di passeri,

neanche i vermi ci dormivano comodi.

Affacciate sull’asfalto in coda alle automobili

parevano sfottere non si sa cosa:

la natura, la tecnica, l’arte dell’equilibrio.

Ma erano vere piante, con vera linfa e foglie

che cadevano davvero e rinnovavano

il cerchio dell’esistenza, i suoi disegni,

trattandosi di alberi, sempre concentrici.

Gli uccelli che ci stavano al riparo

erano veri uccelli con le piume e il becco

e anche le cicale d’estate facevano

le loro pernacchie ascellari che sentivi

fino allo sconquasso del cuore

nel sonno pomeridiano.

Ma proprio perché erano piante vere

avevano radici che spaccavano

l’asfalto, formavano crepe sulla superficie

come quelle sulla crosta del pane.

Perciò decisero di abbatterle

a una a una, le piccole e le grandi

il pino di tredici metri, il più alto del quartiere,

e la pianta di rose aggrappata al cancello

(ogni tanto una mano giallastra

ne prendeva una per portarla in chiesa

e io che non sapevo i nomi dei fiori

odiavo quella mano perché

sporcava la morte delle rose, o così credevo).

Ma quella pianta forse era già marcita

in un fosso prima del massacro.

Poi è stata la volta degli animali

gli occhi notturni della casa,

una bastardina ermafrodita

mezza chihuahua, mezza tina pica

un’idea storta a forma di cane,

abbaiava per dimostrare al mondo

di non essere un’invenzione messicana

ma con un’ottava più alta, incarognita

che pensavi ai rimproveri ululati

dalla nonna catarrosa ubriaca

di vino e acqua a cui il nipote

straniero rubava i giocattoli.

Aveva tanto coraggio quella nonna-cane

finché ti restava in braccio, e da lì

sfidava gli eserciti e i camorristi,

e che schifo aveva dei suoi simili,

cani senza rimedio, e del sesso

miserabile che le offrivano.

Femmina disponibile e cialtrona

nel tête-à-tête col cibo,

l’unico maschio che non la spaventasse.

Vederla morire nell’agonia di una notte

la traccia sempre più debole del fiato

che le increspava il labbro sopra il dente

a fondo nella paralisi degli occhi

sbarrati dalla sorpresa “Dio cane, sto morendo” –

fu quasi un allenamento alle altre veglie.

E una coppia di gatti, vissuti more uxorio

(tradendosi il giusto da buoni borghesi),

lui con la faccia napoletana

scavata sotto gli zigomi, i lineamenti mobili

del comico, ci leggevi la gioia, il dolore,

la noia del niente di nuovo nel deserto

mai visto prima un gatto così trasparente

nei suoi pensieri, così impoetico;

lei gonfia come un enorme bignè tigrato

per via di un’operazione,

lei gatta-moglie-madre, lui gatto-ragazzo

in pantofole con poche opinioni

e nessun segreto. Lui morì per primo

lei tre mesi dopo, schiantata dal lutto

della vedova, come Giulietta e Sandra.

I gatti ti insegnano a morire:

basta guardarli scherzare sullo sprofondo

abbuffarsi e fare debiti il giorno prima

seguire la curva fino all’impatto

col moralista che arriva contromano.

Infine è toccato agli uomini

quello che aveva piantato

gli alberi e le rose, il finto giardiniere

competente almeno una volta

chi aveva allattato i figli dei gatti

e portato a spasso il cane sgorbio ermafrodito,

il sesso che chiedeva l’ultima confidenza

della lingua, il corpo sgonfiato del padre

senza rifugio tra le lenzuola bianche oscene

il ventre della madre posata su un tavolaccio

e anche lì, in quelle morti tanto umane

non ci vedevi la volontà del tempo

e del destino ma un’altra che non era

quella che strappava le rose

e neanche quella sottintesa di Dio,

nessun distacco, nessuna morale

nessun commiato, nessuna pace

nemmeno una schiuma di eternità

solo un contraddirsi per sparire meglio

di tutto ciò che nasce e fa rumore

uomini animali piante

occhi bocche parole versi

e la loro maldestra inclinazione all’assenza.

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 9, 2017

Il titolo non ce l’ho

A Sanz c’è una quantità di scrittori poeti romanzieri saggisti che farebbe tremare la biblioteca di Babele. Personalmente conosco una quarantina di persone che hanno pubblicato almeno un libro. Non esagero. Ci sono pure quelli che scrivono e non pubblicano, o lo fanno a modo loro, e qui il numero si gonfia a dismisura. Per anni li ho sbertucciati, li ho chiamati pazzi, fatti di vino o di altro: per divertimi con gli amici dicevo che certi gruppi di intellettuali del posto somigliavano ai servizi di igiene mentale nati dopo la legge Basaglia: senza i quali i matti avrebbero fatto molto più casino. “Se questi non scrivono e non si associano, possono fare danni: gridare in faccia al mondo come Donato “Imitatio Christi” davanti al bar London, denudarsi in pubblico, compiere stragi o cose peggiori”. Senza sapere che il discorso vale per tutti, anche per gli scrittori “veri”.
Poi ho cominciato a pubblicare anch’io, io che pensavo che scrivere fosse come mettersi le dita nel naso (lo faccio con gioia, ma non voglio testimoni); e allora ho cambiato idea. “Chi cacchio sono per giudicare gli altri?” mi sono detto e mi dico. Insomma, chiedo scusa a tutti, avevo torto.
Sanz è un posto pieno di energia fresca, a dispetto della realtà che ti prende a calci, anzi grazie a quella realtà. Forse è come dice un mio amico poeta, secondo cui chi scrive, soprattutto qui, lo fa perché avverte la presenza del male. Come gli animali, che sentono le vibrazioni più segrete della terra, si agitano prima del terremoto. Ce ne accorgiamo quando tutto è crollato. E’ la stessa cosa per gli artisti – qui ce ne sono tanti: musicisti, cabarettisti, musicisti cabarettisti, pittori, disegnatori, scultori, illusionisti, eterni illusi.
Alcuni sono pazzi in senso tecnico (non parlo dei miei amici, che lo sono nel modo giusto, pazzi); gli altri però hanno qualcosa da dire, e lo dicono, infatti. La salvezza di questa città passa anche dalla loro capacità di raccontarci. Ascoltiamoli un po’ di più, non aspettiamo che tutto sia crollato, specie ora che i segnali sono inquietanti. Non è un elogio del matto allegro: il confine tra il “creativo” e lo scemo del villaggio, nell’opinione dei conformisti, è stato sempre sottile. Accade da secoli. Ma il conformista sbaglia sempre, e spesso anche la realtà.

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 6, 2017

Appendice al discorso del nome

C’è anche il nome che credi di abitare
finché non lo senti uscire da una bocca
sformato dalla pronuncia, chiara
imprecisa cambia poco: non rispondi
(ce l’hanno con tuo cugino portatore disinvolto
del nome nonnesco di seconda mano?).
Il nome illusorio, numerato, soffio di una voce
che non riconosci, si rivoltola
con te nei sogni, voce di sabbia
che ti chiede un bacio, tu non puoi rispondere.
Non è lo stesso nome detto
tre volte da chi sta morendo prima di te,
tuo padre che ti chiama e ti dice
parole misteriose, non ne capisci una
non sai se le strascica la luce intatta

del desiderio di portarti a Parigi
le carezze sconosciute del mondo
un rimprovero, l’ultimo,
un po’ più rumoroso, allegro
come il corpo che impara a non esserci.
Ogni tanto le riascolti
per indovinare il senso del discorso
magari una risposta a tempo scaduto
ma il nome che ti ha dato tuo padre
– un regalo sbagliato, un’impronta sulla faccia –
è l’unica condanna che comprendi.

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 20, 2017

https://rebstein.wordpress.com/poeti-greci-contemporanei/

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Il conto che non torna

Capita a noi che parliamo della guerra in astratto: per uscire dall’angolo di una discussione, ci rifugiamo nell’inesattezza di una contabilità che non ci dà mai torto: diciamo “un milione di morti”, con la stessa disinvoltura con cui parleremmo di dollari o di bottiglie di vino. Un milione di morti non siamo capaci neanche di pensarlo, figuriamoci un milione e duecentoquarantamila, le vittime italiane, militari e civili, della Prima guerra mondiale. Eppure ci illudiamo di cavarcela così, rimasticando numeri per simulare una competenza che non abbiamo. Quando parliamo della Grande Guerra, siamo costretti a uscire dall’astrattezza e a entrare nei dettagli, e qui denunciamo tutta la nostra pochezza, perché all’ignoranza aggiungiamo una dolosa indifferenza. La scusa è la solita: è passato più di un secolo, e il tempo fa sempre lo stesso lavoro, cancella volti e immagini o li rende irriconoscibili. Perciò il volume che Aldo Sabatino ha messo insieme per ricordare i morti del ‘15-18, sanseveresi e non, va considerato un piccolo risarcimento. Non solo per i ragazzi travolti da una guerra che non poteva essere la loro, ma per tutti quelli che ai morti cercano di dare un volto e un nome, a dispetto della storia, che “arrotonda gli scheletri allo zero” (Wislawa Szymborska). Della storia per cui “Mille e uno fa sempre mille”, come se quell’uno non fosse mai esistito. Nella realtà il conto dei morti non torna mai del tutto; c’è sempre qualcuno che sfugge all’appello. Con il suo libro, un “anti-saggio” senza tesi precotte, in cui le immagini pesano più delle parole, Sabatino ci stana dalla nostra pigrizia, ci costringe ad ammettere che uno vale più di mille, perché quell’uno racconta – vorrebbe raccontare – una storia individuale, umanissima, che un numero corredato di zeri confonde nel mucchio delle vicende insignificanti. “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa.” L’affermazione di Emilio Lussu è paradossale solo in apparenza. Uccidere un uomo è peggio che ucciderne mille, perché quell’uno lo si può guardare negli occhi: è quello che un proiettile esclude dal calcolo per approssimazione. La stessa conclusione a cui arriva Fausto Maria Martini nella poesia Perché non t’uccisi: “Non t’uccisi perché nella stess’ora / noi ci eravamo sporti sopra il fondo / gorgo del nulla, o sconosciuto e biondo / nemico (…) Non fu dunque per tema, / s’io non t’uccisi: fu per non morire!” “Io non sapevo che servire significa uccidere…” ha scritto più di recente Christopher Logue, parlando di una condizione comune a tanti uomini chiamati a combattere le guerre degli altri. Il libro di Sabatino è composto da foto di giovani in divisa. Quasi nessuno è tornato vivo dal fronte. Chi ci è riuscito, è morto dopo qualche mese; i più fortunati, dopo qualche anno. Accanto a ogni immagine, un testo – una poesia o una prosa poetica – di un autore del Novecento. Oltre ai poeti puri, come Ungaretti, Rèbora e Saba, ci sono quelli “occasionali”, come Bontempelli e Rocca, che il meglio di sé lo avrebbero dato altrove. Scrittori “ibridi” come Jahier. Gli interventisti come D’Annunzio, Soffici, Buzzi e Locchi, contro cui ora è facile scagliarsi, ma a cui si deve riconoscere almeno la coerenza delle idee e delle azioni (Locchi la guerra aveva voluto farla, e in guerra sarebbe morto a ventotto anni). Gli incendiari come Palazzeschi e gli arrabbiati come Gadda, che, se avesse potuto, avrebbe fatto crepare nel modo peggiore i responsabili del nostro sfacelo militare e i loro eredi. Ci sono gli uomini contro dall’inizio e quelli che lo sarebbero stati in seguito. Un apparato di testi che impressionano sempre, sia quando risuonano di una voce autentica, sia quando sono convenzionali e intrisi di retorica patriottarda. L’effetto, per chi li legge dopo avere fissato la faccia di un ragazzo dal cognome familiare, Minischetti o Russi o Del Vicario, è straniante, perché i testi e le immagini hanno un valore autonomo: i primi non sono la didascalia letteraria delle seconde, che non illustrano in modo posticcio le parole, ma le attirano nella loro dimensione povera e dimenticata. Di sicuro le immagini hanno una capacità di racconto che i testi, anche i più compiuti, non possono avere. Basta aprire il libro a caso per verificarlo: il cognome prima del nome, Salcone Ciro, come in un atto amministrativo, due date, la prima e l’ultima, il resoconto della morte, con la sua descrizione monotona, imprecisa: “deceduto il… in… per ferite riportate in combattimento”; lo sguardo serio di un uomo di vent’anni in posa da soldato. È qui che la nostra curiosità si sofferma più a lungo, anche se l’espressione dei soldati è sempre quella, e le parole dell’epitaffio non cambiano quasi mai. Neanche le foto dei morti anonimi, “estranei”, che incorniciano le pagine, rimescolano le emozioni con la stessa forza di quelle fototessere dall’aldilà. Ogni tanto ci si imbatte in un’epigrafe solenne, che descrive un’azione eroica, ma l’effetto è sempre quello del nudo comunicato. La differenza, rispetto ai ritratti dei militari “generici”, è tutta nei nomi e nelle date incollati alle fotografie, non nel come della morte in battaglia. Il fatto che il soldato sia morto da eroe o da vigliacco è irrilevante. A tutti è successa la stessa cosa, conta solo questo. Le facce, i cognomi che precedono i nomi, come in un elenco gridato in caserma, alludono a una quotidianità che ci è stata raccontata, non solo dai soldati-scrittori, ma anche dai soldati-contadini semianalfabeti, per i quali già scrivere una cartolina era faticosissimo. Lo storico Antonio Gibelli ha svolto un lavoro fondamentale in questo senso: il suo saggio La guerra grande – Storie di  gente comune (Laterza, 2014) analizza un numero considerevole di scritture di guerra. Tra i poeti scelti da Sabatino, Giulio Camber Barni è quello che restituisce meglio, con i suoi bozzetti di un realismo tenue e antiletterario, la vita degli uomini al fronte; i versi de La Buffa sono il corrispettivo poetico delle storie ordinarie, che le foto dei nostri soldati possono solo suggerirci. Una sua poesia si intitola, ironicamente, Fermi Tranquillo e parla di un uomo che smette il saio per arruolarsi, ma questo non farà di lui un temerario. I frammenti poetici dell’antologia non sono una chiarificazione delle immagini né un loro commento beffardo, è bene ribadirlo. La loro unitarietà è giocoforza tematica, e solo tematica. Ogni testimonianza esprime il particolare atteggiamento dell’autore verso la guerra, la sua disposizione d’animo nei confronti di un’esperienza definitiva, assoluta, che chiama in causa lo spirito e il corpo, la fede che traballa e le convinzioni che si sgretolano, portando il limite individuale un passo oltre il concepibile. Le sensibilità ovviamente sono diverse, e a ognuna corrisponde un tono di voce differente. Il discorso vale per gli intellettuali come per gli analfabeti, per le élites culturali come per i poveri cristi senza istruzione. Il grido di protesta contro chi manda materiale umano al macello, il gesto fraterno verso il commilitone ferito, l’atto di coraggio, possono accomunare tutti e appiattire le gerarchie, ma una cosa è l’adesione a un’idea o a un sentimento, un’altra l’espressione che gli dà un respiro lungo. Il privilegio degli scrittori è questo. Eppure ogni soldato ha della morte una conoscenza fisica, corporale, che esalta la sua umanità fragile. Piero Jahier vive la guerra come un’avventura solidale: il suo rapporto con gli Alpini, a cui da ufficiale deve dare ordini, è pietoso più che gerarchico. Nei suoi testi l’attitudine all’ascolto dell’uomo in bilico è evidente; l’uomo-soldato non sale mai in cattedra, e neanche il poeta. Ecco perché nelle sue poesie la parola “patria” ha la p minuscola: “Eh eh, ragazzi, la vita / non è poi così preziosa / sentite le condizioni: / tribolare emigrare ammalare / ospedali camorre prigioni. / Ehi, ragazzi, la guerra sapete / non è mica poi tanto cattiva: / almeno nelle vecchie storie / alla fine si moriva. / Quanto alla nostra grande patria: / la nostra parte di terra nativa / nel sacco, spatriando, / c’è sempre entrata. / A spalla è tanto che la portiamo.” C’è tanta pietà in questa poesia, come ce n’è nei testi di Corrado Alvaro e di Clemente Rèbora, e nelle prose liriche dei Trucioli di Camillo Sbarbaro, che certifica l’attendibilità  della locuzione “lasciarci le scarpe” nella visione di un paio di calzature vuote “al sole. Tozze; conficcate per la punta. L’uomo deve essere bocconi, la bocca disgustata premuta contro il suolo.”  Il tono di Paolo Buzzi è un altro: la Patria (necessariamente con la P maiuscola) è una bella idea per cui si muore e con cui ci si identifica fisicamente; l’asta della bandiera è un simbolo piantato nelle vertebre, la spina dorsale dell’uomo felice di diventare un automa votato alla bella morte: “Oh lussuria, sapersi / la forza d’una forza, l’arma / d’un braccio formidabile, lo svelto / strumento di morte possibile della Società.” Ma l’interventismo non è un pensiero unico, che escluda esitazioni o deragliamenti: il Bontempelli de L’Ubriaco è spesso realista, quasi mai magico, perché la verità del corpo in guerra è più forte di tutto e non ha i colori dell’arcobaleno: “Odore del camminamento / odore / odore / di cadavere usato merda fango”; e ancora: “Dormi, corpo, dormi / che a difenderti ci penso io. / Mangia il sonno a mascelle piene. / Ninna, nanna, corpo mio. / Sdraiàti nel fango si sta tanto bene. / Tu ci dormi come un dio.” Nel libro a parlare con voce propria sono i letterati, che dell’assurdità del conflitto hanno avuto una consapevolezza mediata dalla cultura. Solo chi conosceva il motto oraziano della dolce morte poteva ribaltarne il senso e svergognarlo: erano spesso autori di lingua inglese: Owen, Pound, Hemingway; e sì che per i popoli anglosassoni l’idea di patria ha avuto sempre un senso. Owen con una sconvolgente impennata umoristica aveva pensato di intitolare Beauty una poesia dedicata allo shrapnel, l’arma terribile evocata senza ironia da parecchi scrittori, per marcare l’antifrasi della bellezza che semina distruzione. I nostri contadini coscritti, invece, della verità della guerra presero coscienza solo quando la sperimentarono nella carne. La maggioranza dei ragazzi sanseveresi fotografati prima di morire, non potevano credere in una parola che chiedeva il loro sangue.

Prefazione a Dulce et decorum est pro patria mori…, di Aldo Sabatino, Esseditrice, San Severo 2017

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 16, 2017

Raffaele Niro: Il gesto fiducioso della poesia

Non tutti i libri sono coraggiosi allo stesso modo. L’attesa del padre di Raffaele Niro (Transeuropa Edizioni) è un libro coraggioso, non per la verità umana, indiscutibile, evidente in ogni pagina, che lo illumina, ma perché rappresenta un atto di fiducia verso la poesia e le sue possibilità. Un padre che “racconta” la nascita di un figlio ha davanti a sé due soluzioni: la prima è quella di affidarsi alla dittatura delle sensazioni, correndo così il rischio di cascare nell’ovvio, sempre in agguato quando non si tiene ferma la barra dell’emozione. È la scelta più facile, giocare la partita fingendo di non sapere che i nostri sentimenti sono quelli di tutti, e che nessuno ha il monopolio della gioia e del dolore: la nascita di un figlio, la paura, lo spasimo infinito che ti separa dal primo grido, il senso di responsabilità che suggerisce le frasi più sagge, la tentazione di fuggire che te le toglie tutte. Un repertorio buono per certo cinema giovanilistico. L’altra soluzione, quella del poeta, è la più complicata, e consiste nel prendersi il tempo necessario perché nessun istante dell’attesa vada perduto, e per trovare le parole giuste per riscriverla poeticamente. Il “miracolo d’amore” di cui Niro parla è un’avventura che ogni genitore vive nella mente e nel sangue, come individuo. Il poeta invece la vive due volte, come individuo e come autore di un racconto universale. Niro non bara mai con le proprie emozioni, perché non se ne vergogna, eppure non c’è un verso del libro che sembri astutamente autobiografico, pur rimanendo immerso nella vita di chi lo ha scritto. Voglio dire che Raffaele parla di sé, dei suoi figli e della donna che ama, ma la sua storia personale sembra perdere peso rispetto al suo valore più profondo: un canto degli uomini impastati con la loro terra, un piccolo libro delle metamorfosi. Leggi le poesie di Niro e non pensi solo alla vita di un uomo e della sua famiglia, ma alla germinazione continua dell’esistenza, che ripete i suoi gesti da millenni. La differenza tra un resoconto personale e un’opera più ambiziosa, la si comprende già dalle pagine iniziali: la prima sezione (Il varco del tempo), di struttura epigrammatica, è composta da testi brevissimi, dodici quartine che scandiscono il ritmo delle stagioni, mese dopo mese nel corso di un anno (“gli alberi ad ottobre / raccolgono il dolore del vento / nel volto minuto delle viti secolari / e lo trasformano nella preghiera dell’olio”). Un diapason che detta la misura alle composizioni successive, fatte quasi sempre di scansioni nette e di improvvisi tagli di luce. Il libro esprime una devozione alla vita sentita come un flusso ininterrotto, di cui gli uomini sono le particelle elementari, “strumenti di vita nascente”. Il tempo che prevale è il presente, quello che prepara l’avvenire e gli dà un nome nuovo. Il presente in cui si celebra un’attesa che non termina con la nascita, perché la vita ne è la continua trasformazione, e “perché l’attesa di un figlio / non si conclude / con la sua venuta al mondo”. L’assenza delle maiuscole nei testi, titoli compresi, anche dopo i punti fermi, il prevalere della paratassi nella costruzione del verso, restituiscono graficamente la circolarità di un tempo che scorre senza inciampi o cadute nel vuoto: tutto nell’universo ha un senso: un padre lascia in eredità a un figlio i suoi geni, ma anche la necessità di una testimonianza da consegnare al futuro. Un frammento della raccolta, il tuo gelsomino, mi fa pensare ad alcuni versi del poeta siriano Adonis. Raffaele Niro dice a suo figlio: “mi auguro / di essere alla tua altezza / riuscire ad annaffiare i tuoi fiori / tutti i giorni / aiutarti a curare i tuoi giardini / e diventare / nel tempo / passando per la terra / il tuo gelsomino”. Adonis, nel distico finale di un suo componimento: “Ed io mi sono svegliato nella mia poesia / nel mio popolo bambino, come un gelsomino”. Non è una corrispondenza soltanto lessicale: ci si trova, mutatis mutandis, un sentimento comune della poesia come tentativo di superare i confini dei significati letterali, per scovare la sostanza delle parole, la loro radice schietta, che non dovrebbe essere mai banale, neppure nel linguaggio di tutti i giorni. In entrambi si nota una rappresentazione della natura ricondotta alla sua forma essenziale, costituita da elementi archetipici (i fiori, i giardini, la terra; in altri capitoli, l’albero, l’alba, il mare, il vento), senza indugi descrittivi, eppure geometrica nella sua precisione. Niro parla di “dolore del vento”; Adonis ha nel cuore la “memoria del vento” che non lascia niente uguale a com’era, trasformando ciò che incontra. Oggi la poesia tende a negare sé stessa per affermare la propria inadeguatezza a comunicare una visione della storia. Si impone l’aspirazione al silenzio di una teoria che considera le parole degli oggetti superflui, che designano altri oggetti (basti pensare alla scrittura fatta esclusivamente di nomi, auspicata da Giorgio Caproni). Raffaele Niro, nel suo vademecum per i figli che matureranno, ribadisce la sua fiducia nel mondo e nelle parole necessarie della poesia. Di questo coraggio gli si deve essere grati.

Da “Fermenti”, n. 245, 2016-2017

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 30, 2017

Intervista a un nichilista (Davide Profundis disse)

– Ami la tua città?
– Quale città? Sono un clandestino del mondo, io. Tutto mi è estraneo e non parla la mia lingua; l’unico mio recapito è la malinconia che coltivo come un fiore di serra.
– Non dire stronzate! So che a quarant’anni vivi ancora con i tuoi genitori!
– Non è esatto: vivo in una stanza dentro la casa dei miei genitori: è una cosa molto diversa.
– Vabbè… Vuoi dirmi cosa pensi della tua città?
– Penso che sia un posto meraviglioso, un posto in cui è bello decomporsi. Qui ho visto persone, animali e cose in totale decomposizione e, nello stesso tempo, in perfetta armonia con l’ambiente circostante: qui l’essere biodegradabili assume un significato metafisico. Hai mai visto “Città Giardino”?
– Ci abito.
– Allora non devo aggiungere niente.
– Credi in Dio?
– Più che altro ho dei sospetti, ma spero di sbagliarmi.
– La grande attrice e teologa Anna Falchi ha detto di avere perso la fede dopo che aveva visto un prete appartarsi con una prostituta.
– Mah! Io Anna Falchi l’ho vista recitare, ma non per questo ho smesso di credere nell’esistenza degli attori.
– Sei, o passi per essere, un nichilista: hai mai pensato al suicidio?
– Ci penso quotidianamente, ma mai al mio. E poi il suicidio è un bene troppo prezioso per sprecarlo in un gesto solo.
– All’estero non godiamo di buona stampa: persino a Carapelle dicono male di noi.
– Dovremmo esserne orgogliosi: “La merda è una certezza: bene o male, siamo noi a farla” diceva Flaiano. Qui ne facciamo molta, e di ottima qualità”.
– Sono sempre più numerosi i gioveni che sniffano coca e bevono superalcolici. Non pensi che sia un fenomeno preoccupante?
– Mi preoccuperei di più se bevessero coca e sniffassero superalcolici.
– Voglio dire: non credi che ciò denoti un profondo male di vivere?
– Se basta così poco a farselo passare, non deve essere poi un gran male.
– Chi ti dice che vogliano farselo passare?
– E chi ti dice che sia male di vivere? Molti sono beatamente ubriachi e fatti, senza che un solo pensiero li abbia mai sporcati. L’infelicità non è intelligente in sé, e comunque quella altrui non m’interessa: preferisco concentrarmi sulla mia.
– Il tuo pessimismo mi dà i brividi; mi ricorda l’atteggiamento che Hermann Rauschning, sulle orme di Nietzsche, definiva “la rivoluzione del nichilismo”; l’anticamera dell’abisso in cui sprofonda chi non ha un orizzonte morale davanti a sé.
– Bella citazione; l’ho apprezzata molto. Ora, se non ti spiace, ti saluto, ché sta per iniziare La gonade di Monza. Guardo film porno e poi ne faccio l’elogio, come se fossero capolavori, per snobismo, cioè per sembrare più intelligente di quelli che li disprezzano. (Ho imparato a farlo da Giampiero Mughini.)
– Come vuoi. A presto.
– Spero di no. Un’ultima cosa, prima che ci salutiamo.
– Dimmi.
– Chi cazzo è Hermann Rauschning?

Chi è Davide Profundis

Davide Profundis è un poeta (disse di lui il critico Bigio Graus: “È il più grande poeta incapace di scrivere che io conosca”), affabulatore, ammaestratore d’ombre, esperto di polluzioni notturne. È il teorico del movimento letterario “I Bariccati”, che propugna (si dice così?) un mondo in cui almeno una persona per nucleo familiare riesca a pubblicare un libro: famoso il suo motto: “Pubblicare meno, pubblicare tutti”. Tra le sue raccolte di poesie da citare: Scaracchi in sol maggiore e Era bello masturbarsi negli anni Ottanta; tra i romanzi: La Maria che amo cresce altrove; Non mi uccido a pancia vuota; Barboni d’accatto: non è un caso se mendichiamo nei giorni di mercato. È anche un prolifico saggista; tra i titoli più noti: Deiezioni letterarie, I maestri di pensiero che ci meritiamo: da Marcuse a Jovanotti; l’indagine sociologica Veneri con l’alitosi e il volume, improntato alla teologia negativa, Dio esiste, ma non crede in se stesso. Tutti i suoi libri sono editi per i tipi di ECF (Edizioni della Casta Foia). Attualmente lavora a un libro di ricette.

Pubblicato su “Sguardi” nel 2005 (il mese non me lo ricordo). Ma forse era il 2006.

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 26, 2017

Al telefono con l’editore

– Buongiorno. Sono Eufrasia Telometto, della Telometto Edizioni.
– Buongiorno, anche se sono le ventuno e trenta.
– Mi scusi, ha ragione. Sa, il lavoro è tanto e capita che si perda il senso del tempo. Buona sera, giusto?
– Buona sera a lei. Mi dica.
– Possiamo darci del tu?
– Certo!
– Bene, volevo dirle che…
– Non dovevamo darci del tu?
– Mi scusi… ops… scusami. Volevo dirle-dirti che il suo-tuo libro, “L’inquietudine della peristalsi”, è pronto.
– Vorrai dire “La serenità della digestione”.
– Scusami. Sai, la nostra casa editrice ha centonovantatasette collane: ricordare tutti i titoli è impossibile. Proprio stamattina ne abbiamo inaugurata una dedicata a quelli che iniziano con “Sfeqr”. A questo proposito, ammetto di essere in grande difficoltà con te.
– In che senso?
– Trovare una collana in cui inserire il tuo libro non è facile.
– Per via dell’argomento, dici?
– Ah, ci diamo del tu? Benissimo!
– Me l’avevi detto tu che potevamo…
– Ma certo! Scusami… sai, lo stress delle scadenze da rispettare… la promozione dei libri… le centonovantasette collane…
– Ecco, mi parlavi della difficoltà di inserire il mio libro in una collana.
– Esatto. Insomma, un libro che parla della peristalsi…
– Della digestione…
– Sì, ecco, della digestione, non è facile incasellarlo.
– Ma la digestione va intesa in senso metaforico, come capacità dell’individuo di introiettare, digerire, appunto, le suggestioni visive, verbali ed emozionali del reale come fenomeno estetico.
– O mamma mia, che roba difficile! Mica l’avevo capito che il tuo libro fosse così tosto… (A proposito: ci diamo del tu, sì?)
– Ma sì.
– L’idea era quella di inaugurare una nuova collana in onore del tuo libro. Pensavo a qualcosa come: “Assimilazioni e/o dissimilazioni”, o, per essere più precisi, “Percorsi misteriosi degli alimenti nell’organismo dei mammiferi evoluti”, ma il tuo discorso, così profondo e introspettivo, mi ha spiazzato. Che ne dici della collana: “Libri che non rientrano in alcuna collana perché originali in modo singolare?”
– Non è il massimo.
– Peccato che non si possa inserirlo nei “Classici fuori tempo”.
– Beh, definire il mio libro un classico mi sembra troppo.
– I classici fuori tempo, in realtà, non sono veri classici, ma copie originali dei classici, fatte in modo inconsapevole.
– Non ho capito, scusami.
– L’idea me la diede un autore, toscano di Poggibonsi, che si presentò nel mio ufficio due anni e mezzo fa. Mi propose un romanzo che diceva di avere scritto in tre giorni, due ore e sei minuti. Lo lessi e lo trovai meraviglioso, di una bellezza e di una verità abbaglianti. Aveva un solo difetto.
– Quale?
– Era stato già scritto qualche decennio prima. Era una copia precisa, esatta fino alle virgole e alle interiezioni, dell’Ulisse di Joyce.
– Un plagio.
– Nooo! E’ questa la cosa incredibile. L’autore lo aveva scritto in seguito a una crisi mistico-identitaria, durante la quale si mise a parlare in inglese, sebbene non lo avesse mai studiato (non si era mai mosso da Poggibonsi: non ne conosceva neanche i dintorni. Una volta era stato a Monteriggioni, ma ci si era perso e non volle più tornarci). Tra l’altro, era semi-analfabeta: come poteva leggere il romanzo? Quando gli chiesi se avesse sentito parlare del Joyce, mi rispose che non frequentava i bar. Che candore! È tipico dei geni. No, no, si trattava di un’opera originale, scritta ignorando il precedente. Ogni tanto capita. Coincidenze? No, è il riproporsi del talento nel ciclo continuo della fantasia. Che meraviglia! Insomma, ideammo una collana dedicata agli scrittori che hanno avuto la sfortuna di avere le stesse idee dei grandi autori, con qualche anno – o qualche secolo – di ritardo. Non si può mortificare il genio per via di un traguardo tagliato fuori tempo massimo. Non ti pare?
– Beh…
– Ora, se il tuo libro non è stato già scritto da un autore molto noto, esperto dell’apparato digerente e del percorso dei cibi al suo interno, difficile inserirlo nel “Cassici”, capisci?
– Sì, credo. Insomma, dicevi che il libro era pronto.
– Sì, sì, volevo dirti che le quindicimilatrecentosettantatré copie del tuo libro, da te gentilmente acquistate, sono pronte. Te le spediamo quando vuoi.
– Posso dirti una cosa?
– Mi dica… ops… dimmi.
– Che me ne faccio di quindicimilatrecentosettantatré copie del mio libro?
– Beh, le hai comprate, qualcosa ci farai.
– Le ho comprate, perché mi avevate detto che era necessario per “agevolare la pubblicazione del libro”; l’espressione è vostra.
– Esatto, una spesa modica per agevolare la pubblicazione e la stampa di quindicimilatrecentosettantatré copie del tuo libro, che non esito a definire bellissimo.
– Sono contento che ti sia piaciuto.
– Cosa?
– Il libro.
– Ah, certo, un libro splendido, davvero.
– È bello essere letti e apprezzati da chi se ne intende.
– Cosa avrei dovuto leggere?
– Il mio libro.
– Uh, volevi che lo leggessi? Scusami, non ne ho avuto il tempo… Il lavoro da fare qui è tanto, e il tempo per leggere è difficile trovarlo. Credimi.
– Non hai letto il mio libro?!
– Io? No. E non potrò leggerlo mai. Anche perché le copie le abbiamo già imballate. Tutte. Non me la sono sentita di tenermene nessuna.
– Eppure hai detto che è bellissimo.
– Certo che lo è. Tutti i libri che pubblichiamo lo sono. Non abbiamo bisogno di leggerli per saperlo. Se li leggessimo, potremmo cambiare idea, non le pare? (Oddio, non mi ricordo più se ci stavamo dando del tu o del lei.)
– Del tu, credo.
– Ah, bene!
– Mi avevi detto che avreste distribuito il libro nelle migliori librerie del paese.
– Ci sarebbe piaciuto farlo, ma sai, in paese di librerie non ce ne sono.
– Di quale paese parli, scusa?
– Di San Giancanio sullo Smencio, dove abbiamo la nostra sede principale, che poi è l’unica. Non ci sono librerie, qui. Purtroppo. A proposito: mica ti andrebbe di aprirne una? Potresti prendere i classici due piccioni con l’altrettanto classica fava: potresti dare vita a un’attività senza concorrenza e, già che ci sei, promuovere il tuo libro. Anzi, potresti vendere solo quello (con quindicimila copie e passa, sai quanti scaffali riempiresti). Che trovata: una libreria che vende un solo libro! Saresti il primo a farlo. Se non nel mondo, a San Giancanio.
– Pensavo che la promozione l’avreste fatta voi.
– Se vuole possiamo farlo.
– Il tu, please.
– Oh, che gentile! Dicevo che possiamo farlo, se vuoi, e anche se vuole. Basta che ci spedisca indietro le copie che vuoi promuovere. Poi noi penseremo a distribuirle a chi di dovere. Per questo servizio non dovresti pagare. Non subito, almeno.
– Non so se mi convenga.
– E perché non dovrebbe? Le spese di spedizione per i nostri autori sono ridicole. Quelle di promozione, ancora di più. Hai qualcosa di preciso in mente?
– Una presentazione pubblica, per esempio.
– Ah, quella manfrina noiosissima! Si potrebbe fare, certo, ma sconsiglio di farne nel solito modo, con te che parli del tuo libro a una platea di venti, venticinque persone distratte e dallo sbadiglio facile. Se invece tu optassi per venti, venticinque presentazioni individuali, una per ogni ascoltatore, le possibilità di un colpo di sonno fatale si ridurrebbero in modo sensibile. Sensibile come il tuo ascoltatore, che non ti si potrebbe addormentare sulla faccia a tradimento. Comunque, te ne accorgeresti e potresti umiliarlo con la tua indifferenza. Ovviamente venticinque o (si spera) più presentazioni personali, avrebbero costi più alti rispetto a una sola per un auditorio più corposo. Ma ci sono sempre gli sconti-distrazione.
– Cioè?
– Se l’ascoltatore si distrae, non gli paghi il parcheggio. Se annuisce mentre parli e ti sorride, gli paghi il parcheggio, la benzina e, se lo vuoi accanto a te la sera, la cena. Un’altra idea potrebbe essere quella di presentare il tuo libro parlando del libro di un altro, per incuriosire i presenti. Che altrimenti non ti ascolterebbero. In Svezia questa tecnica è praticata da anni, con ottimi risultati.
– Le presentazioni a questo punto le eviterei.
– Come preferisce. Vuole fare avere il libro a un critico letterario?
– Hai ripreso a darmi del lei.
– Immaginavo che preferissi così, ma mi adeguo. Dicevo: vuoi che un critico abbia il tuo libro? Noi penseremo a rintracciarlo, dovunque si nasconda, e a recapitargli la tua opera. Tu ti limiterai a dargli una piccola gratifica per incoraggiarlo alla lettura. (Sai, la pigrizia di certi critici…) Ma solo se vorrai che ti legga.
— Oppure?
– Oppure potremmo consegnargli il libro con la raccomandazione di non leggerlo. Perché il rischio che non ti apprezzi c’è sempre. Qui pagheresti solo il recapito del plico, e magari un impacchettamento fantasioso, per stuzzicare la curiosità del critico. Anche se non ti leggerà mai. Se invece vuoi spedire il libro a un amico o a un parente, semplice: ce lo spedisci a tue spese, e noi glielo facciamo avere in circa sei settimane. Sette al massimo.
– Sette settimane? Sono troppe!
– Pagando un po’ di più, anche sei.
– Troppe lo stesso.
– Beh, le spedizioni dalla Nuova Zelanda non consentono tempi rapidissimi.
– Ma la vostra sede è in Italia!
– Sì, ma le spedizioni le facciamo da Wellington. O meglio, spediamo ufficiosamente i libri a Wellington, per poi rispedirli da lì, ufficialmente, a clienti, distributori, autori e parenti. È una complicatissima questione di marketing, che non sto qui a spiegarti. Peccato che il nostro spedizioniere in loco sia morto l’altro ieri. A proposito: conosci qualcuno da quelle parti? La tua libreria potresti aprirla direttamente lì. Così eviteresti di sobbarcarti i costi di spedizione. Almeno in parte.
– Non ho nessuna intenzione di aprire una libreria in Nuova Zelanda!
– Ma in Italia le possibilità di successo sono minime.
– Non voglio aprire nessuna libreria, né lì né qui!
– Come darle torto? Campare coi libri è quasi impossibile! Mi creda, io ne so qualcosa, signor… signor…? Oh, mamma! mai che ricordi i nomi dei miei scrittori preferiti!

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 20, 2017

Camminatori unidirezionali

Ho notato che le persone qui a Sanz non si scansano. Dico quelle che camminano per strada: mantengono la loro linea e non fanno neanche la deviazione minima per scansarti. Lo faccio sempre io, per evitare l’impatto. Così un giorno ho deciso di fare come gli altri, i camminatori-trattori unidirezionali. Ho mantenuto la mia linea, deciso ad andare fino in fondo, a costo di morire. Un paio di volte ho chiuso gli occhi, perché alle avventure pericolose non sono abituato. Ho avuto tredici scontri: una vecchina con la spesa, che poi me ne ha dette tante in una lingua che non conosco, un bambino grasso dalla faccia scema, una ragazza viola e blu che parlava da sola, un impiegato delle poste fuori servizio, due cani arroganti che avevano appena fatto la loro popò canina, la loro popò, mio zio Stefano, che è toscano e non so cosa ci facesse a Sanz (perché non mi aveva avvisato che veniva?), un paio di persone che credevo morte da anni, una palina pubblicitaria e un trovarobe che aveva perso qualcosa. Tutto sommato mi è andata bene, ma non lo farò mai più.

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 5, 2017

Buoni propositi

Gli ultimi anni passati a espiare la prolissità, gli intorcinamenti (linguistici e mentali), l’enfasi della giovinezza.
Giustissimo, ma contraddirsi ogni tanto è necessario, anche ora che siamo consapevoli e abbiamo paura di sembrare ingenui o retorici o scontati.

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