Pubblicato da: piccolochandler | maggio 30, 2016

Emilio Coco: Gli arnesi del mestiere (da “Fermenti”, n.244)

 

Emilio Coco è un uomo che viaggia, e non solo per il gusto di tornare a casa. Sebbene viva da sempre a San Marco in Lamis, Coco è, a modo suo, un emigrante. È uno dei più profondi conoscitori delle poesie in lingua spagnola, che studia e traduce con impegno amorevole da alcuni decenni. Negli ultimi tempi l’interesse di Emilio si è concentrato sull’America Latina, di cui il suo appartamento in via La Piscopia è diventato un piccolo, luminosissimo avamposto. Una mattina sono andato a trovarlo, approfittando di una pausa nei suoi viaggi. Già che c’ero, gli ho fatto qualche domanda.

D – Leggendo le tue traduzioni e le tue poesie, si ha la sensazione di una totale assenza di narcisismo, cioè che tu non ti compiaccia mai di te stesso, che non faccia mai prevalere il tuo ego sulla materia che tratti. È una qualità rara.

R – Tradurre non è mai facile. La tentazione è quella di abbellire il testo, di tradurlo secondo le tue necessità, quello che senti come poeta. In tal senso essere poeti può essere un vantaggio, ma ha anche delle controindicazioni, perché si corre il rischio di trasferire la propria poetica nel testo da tradurre. Bisogna stare attenti a non tradire le parole degli altri. Io cerco sempre di entrare nello spirito degli autori, senza sovrapporre la mia visione della poesia alla loro.

Il poeta tedesco Durs Grünbein ha detto che tradurre è come trasportare un brano musicale da una tonalità all’altra. Riprendendo una riflessione di Tranströmer, Grünbein sostiene che tradurre è un’assurdità necessaria e splendida, perché “agevola l’amore tra le lingue”.

Certo, la traduzione è necessaria. L’ideale sarebbe conoscere tutte le lingue del mondo, per poter leggere i poeti di tutte le nazionalità senza bisogno di mediazioni; ma sappiamo che questo non è possibile. Si sono dette tante cose sulla traduzione. Confesso che non ho una mia teoria a riguardo. Posso solo ribadire che traducendo bisogna preservare l’essenza originale della poesia; almeno bisogna provarci. Purtroppo ci sono tanti traduttori improvvisati, che non fanno un buon lavoro e riescono a rovinare anche i versi più belli, mortificando grandi poeti.

In una tua poesia dici: Ho insegnato francese per circa quarant’anni / ma ho amato sempre e solo lo spagnolo. Perché non hai mai tradotto dal francese?

Io mi sono laureato in spagnolo. All’università ho studiato lo spagnolo, il portoghese e l’inglese. La lingua francese, che non ho mai amato, mi è stata imposta dalle circostanze, ho dovuto impararla per necessità scolastiche. In quegli anni nelle scuole italiane si poteva insegnare il francese e poco altro; neppure l’inglese era tanto diffuso. Così, me ne andai per qualche mese in Francia e colmai le mie lacune. Detto ciò, io un poeta francese, uno solo, l’ho tradotto: si chiama Raymond Farina. Ho tradotto anche qualche portoghese, come Casimiro de Brito; ma la lingua che amo e che sento più mia è lo spagnolo.

A questo proposito – cito di nuovo la tua poesia – dici: … da un anno a questa parte / non m’intrigano più i castigliani. Questo perché preferisci dedicarti ai messicani, ai cileni e agli uruguaiani.

Fino a qualche anno fa ho tradotto solo poesia e teatro spagnoli, privilegiando gli autori viventi. Nel 2008 mi hanno invitato a un festival di poesia a Città del Messico. Non avevo mai affrontato un viaggio così lungo. Mi sono innamorato di quei paesaggi, di quella natura incontaminata che mi teneva col fiato sospeso, di quelle montagne bellissime. Parlo anche delle altre città che ho visitato: Morelia, Uruapan, Aguascalientes. Ho cominciato a leggere i poeti latinoamericani, che ho trovato più schietti dei nostri; sono autori che usano la parola “cuore”, senza vergognarsene come facciamo noi. La poesia priva di sentimento è arida, non dice nulla. Allora ho cominciato a tradurre i poeti messicani, ecuadoriani e nicaraguensi. I festival si sono susseguiti. Sono stato in Nicaragua, in Venezuela, in Colombia. In questo periodo sto lavorando a un’antologia della poesia colombiana [1], con quella messicana la più interessante dell’America Latina. La poesia latinoamericana contemporanea in Italia è quasi sconosciuta. Si conoscono i grandi: Vallejo, Paz, Neruda, Mistral, ma ci sono tanti autori interessanti che nessuno da noi conosce.

Una volta mi hai detto che nell’America Latina i poeti sono delle star, come da noi i cantanti rock. 

Proprio così. Posso raccontarti due episodi. Una volta in Messico, a Morelia (città dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), ci fu una lettura nel teatro della città; il teatro era pieno, c’erano duemila, tremila persone lì per ascoltare i poeti che leggevano i loro versi. Quello che più mi ha commosso è stato l’incontro con due fidanzatini di diciassette anni, che mi hanno fermato per regalarmi il libro di un poeta locale. Dentro c’era un bigliettino con cui mi ringraziavano per aver scritto versi che “arrivavano al cuore di tutti”. Incredibile: gente che ti chiede l’autografo, come se fossi un cantante o un attore… In Nicaragua, a Granada, in uno dei festival di poesia più importanti dell’America Latina, la piazza era gremita: c’erano duecento poeti di tutto il mondo e più di quattromila persone. La gente in Colombia e in Messico è abituata a leggere poesie. Qui, se va bene, agli incontri coi poeti di persone ne trovi venti, trenta. I poeti latinoamericani scrivono senza disprezzare il pubblico. Sia chiaro, la poesia ha le sue esigenze, che vanno rispettate: su tutte la musicalità e il ritmo, ma gli autori latinoamericani non hanno il sussiego di quelli europei. Per questo in Messico e in Colombia la poesia è un’arte popolare.

Che opinione hai della poesia italiana contemporanea?

Io di poesia ne leggo tanta, e ovviamente leggo anche i poeti italiani contemporanei (ne ho tradotti parecchi in spagnolo), ma devo ammettere che spesso non riesco a capirli. Alcuni di loro scrivono in modo incomprensibile. È un difetto che sembra connaturato nella poesia italiana ed europea. La nostra in particolare è affetta da un insopportabile narcisismo linguistico. Ovviamente ci sono delle eccezioni, per esempio Claudio Damiani, la cui scrittura è apparentemente dimessa, scarna. Damiani ha vinto numerosi premi; non pochi di questi gli sono stati assegnati dalle giurie popolari, segno che la poesia può fare presa anche su un pubblico di non specialisti. Intendiamoci, Damiani è un poeta estremamente raffinato. La sua poesia è di facile lettura, ma ciò non significa che non sia complessa, anzi: dietro ciò che appare c’è un lavoro importante, sulla lingua e sullo stile.

Hai tradotto anche dal basco e dalle lingue indigene messicane.

Qui mi sono fatto aiutare dai miei amici poeti, che mi hanno mandato le loro traduzioni in spagnolo, su cui poi ho lavorato. Le lingue indigene messicane (il náhuatl, il maya, il mixteco, lo zapoteco) sono parlate da poche persone; anche in Messico le conoscono in pochi. Del basco qualcosa riesco a capire, sebbene sia una lingua difficilissima, ma anche qui sono ricorso all’aiuto dei poeti. Ho tradotto pure dal corso: nell’ultimo numero dell’almanacco di Raffaelli ci sono dieci poeti corsi tradotti da me.

Parliamo di te come poeta. Hai pubblicato per la prima volta a cinquant’anni, un’età non verdissima per un esordiente. Come mai così “tardi”? Per pudore o perché, come hai detto una volta, scrivi poesie quando sei stanco di tradurre?

Neanche come traduttore ho iniziato presto. Fino ai quarant’anni mi sono dedicato soprattutto alla famiglia. Poi non so cosa sia successo dentro di me. Leggevo riviste spagnole di poesia, mi sono messo in contatto con alcuni critici spagnoli, e ho iniziato a tradurre. Le mie traduzioni piacevano al punto che qualcuno mi chiedeva se fossi un poeta. Questo perché nelle mie traduzioni avevo cercato di mantenere vivi il ritmo e la musicalità originali. Ero costretto a rispondere no alla domanda, ma dentro di me sentivo di dover dare una risposta diversa. Da lì la voglia di mettermi in gioco come poeta. Nel 1990 uscì la mia prima raccolta, Profanazioni, per l’editore barese Levante. Il responso della critica fu favorevole, il che mi incoraggiò a continuare, ma in fondo, quando dico che scrivo poesie nelle pause del mio lavoro di traduttore, sono sincero. Non nascondo che il desiderio di essere un poeta l’ho avuto e ce l’ho tuttora, come tutti quelli che con la poesia hanno a che fare. Scrissi una poesiola a nove anni, e qualcos’altro da ragazzo; cose che non ho mai pubblicato perché non le ritenevo valide, ma il mio vero amore è stato sempre la traduzione. La mia poesia è stata influenzata dalla lettura dei poeti spagnoli e, recentemente, di quelli sudamericani. Come poeta mi sento più spagnolo che italiano. La poesia italiana la amo poco, anche se l’ho molto tradotta: fra poco a Bogotá uscirà una mia antologia in tre volumi della poesia italiana contemporanea, dalla seconda metà del Novecento a oggi[2]. L’ho tradotta perché, in Spagna e nell’America Latina, la nostra poesia contemporanea è poco conosciuta. Il mio è essenzialmente un lavoro di divulgazione: della poesia in lingua spagnola in Italia, e della nostra nei paesi ispanici. Non so se sia un lavoro utile, ma mi piace farlo.

Nella tua poesia prediligi l’uso dei metri tradizionali: l’endecasillabo, il settenario, a volte anche il verso alessandrino. In apparenza la tua è una scelta inattuale; in realtà la tua capacità di coniugare la forma della tradizione con una discorsività “narrativa”, è il segno di una vitale modernità. Qual è il tuo rapporto con l’aspetto materiale della scrittura?

Sono sincero: fino a trenta, trentacinque anni fa non sapevo cosa fosse il ritmo. Avevo della poesia una conoscenza scolastica. Mio fratello Michele in questo mi ha aiutato moltissimo. Era un profondo conoscitore della poesia classica greca e latina, di cui è stato un traduttore tra i più grandi, sebbene poco conosciuto. Nelle sue traduzioni utilizzava prevalentemente l’endecasillabo, le sue quindi erano traduzioni poetiche. Ne Il dono della notte lo dico chiaramente: è stato mio fratello a introdurmi al mistero del ritmo e dell’endecasillabo. Da quel momento per me il ritmo e la misura esatta del verso sono diventati un’ossessione.

L’ironia è spesso presente nei tuoi libri. Fa capolino anche nel dolore.

C’è soprattutto ne Il tardo amore e in Ascoltami Signore. Ne Il dono della notte, invece, l’ironia è assente o quasi: qualche sprazzo ironico c’è, per esempio quando parlo di un santo di cui nascondo l’immaginetta, perché, nell’ospedale di San Giovanni Rotondo, in cui Michele era ricoverato, le immagini di santi che non fossero San Pio erano vietate. Ma si tratta di sprazzi, appunto, perché è un libro totalmente diverso dagli altri, essendo incentrato sulla malattia e sulla morte.

Sei più noto all’estero che in Italia: hai avuto numerosi riconoscimenti in Spagna, in America Latina, sei stato tradotto in una decina di lingue. Il fatto che per anni il tuo Paese sia stato avaro con te ti infastidisce?

Neanche un po’. Nei paesi di lingua spagnola, tra Spagna e America Latina, mi hanno pubblicato almeno undici libri di poesia, e nessuno mi ha mai chiesto un contributo. Cosa che in Italia non è stata quasi mai possibile. Abitare in un piccolo paese del Sud di certo non aiuta. Vivere lontano dai grandi centri  penalizza. A Milano puoi sperare di pubblicare con una casa editrice importante, anche se hai scritto un libro mediocre. Il mio rapporto con l’estero invece è stato semplice, al punto che vivere a San Marco o a Milano sarebbe stata la stessa cosa. In Italia qualcosa per me sta cambiando, ma ho dovuto lavorare tanto.

Davide Rondoni, nella sua recensione a Il dono della notte, ha parlato di te come di “una delle figure più feconde e vigili della poesia italiana”.

Mi fa piacere essere apprezzato, ma sinceramente è una cosa che non mi assilla. Faccio questo lavoro perché mi piace. Il resto mi interessa poco. I premi, i riconoscimenti, se ci sono, bene, se no non ne faccio una malattia.

Hai sempre desiderato dare vita a un festival della letteratura qui, nella tua terra.

È il mio sogno. Qualcosa io e alcuni amici abbiamo fatto a San Severo, ma era una cosa di dimensioni ridotte. Il mio sogno è quello di portare qui i grandi nomi della poesia internazionale, ma le istituzioni politiche ed economiche non mi hanno mai aiutato. In America Latina le banche finanziano le iniziative culturali, anche quelle dedicate alla poesia, perché lì la cultura ha la considerazione che merita. Qui, se chiedi due, tremila euro per un progetto, ti ridono in faccia. L’anno scorso ho cercato di organizzare un evento dedicato alla poesia messicana e colombiana, ma ho dovuto rinunciarvi, perché i finanziamenti erano venuti meno. Sono riuscito a portare dalle nostre parti, a San Marco e a San Severo, uno dei più grandi poeti del Sud America, Marco Antonio Campos, ma ho potuto farlo perché era già stato invitato a Roma.

Non pensi che questa indifferenza istituzionale sia il riflesso di quella della maggioranza dei lettori, anche di quelli abituali, che della poesia hanno paura, perché la considerano una forma espressiva intellettualistica?

La poesia bisognerebbe portarla nelle scuole, ma non astrattamente: bisognerebbe far entrare fisicamente i poeti nelle scuole, organizzare incontri con gli studenti. I nostri insegnanti di lettere sono i primi a non amare la poesia, perché non la leggono o lo fanno a modo loro. Quando insegnavo mi capitò di dover sostituire una collega che si era ammalata. Chiesi ai ragazzi a quale punto del programma fossero arrivati. “Leopardi”           , mi risposero. Gli proposi di leggere qualcosa. I ragazzi tutti a dirmi che Leopardi gli faceva schifo. Avevo pensato a un collegamento tra Leopardi e un autore francese a lui affine per sensibilità e temi, Alfred de Vigny. Alla fine riuscii a convincerli. “Cosa state studiando di Leopardi? A Silvia? Bene, leggiamola”. Lessi la poesia senza commentarla, ma cercando di rispettarne il ritmo e la musicalità. Alla fine della lettura i ragazzi mi applaudirono, mi dissero che nessuno gli aveva mai letto così una poesia. Eppure la mia era stata una semplice lettura. Secondo me è colpa degli insegnanti, perché i ragazzi non sono come li dipingiamo; se si suscita la loro attenzione rispondono bene. Nei paesi di cui abbiamo parlato, i poeti viventi sono oggetto di studio nelle scuole. Da noi oltre Saba, Ungaretti e Montale non si va, perché i nostri insegnanti non leggono i poeti. A dire il vero, alcuni di loro non leggono proprio nulla. Se un insegnante ama qualcosa, lo fa amare anche ai suoi alunni.

Il discorso, ovviamente, vale anche per i traduttori nei confronti dei lettori.

Ovviamente.

 

Nota biografica. Poeta, traduttore ed editore, Emilio Coco è uno tra i massimi ispanisti in Italia. Tra i suoi lavori ricordiamo: Antologia della poesia basca contemporanea (Crocetti, 1994), Antologia della poesia messicana contemporanea (Sentieri Meridiani, 2009), La parola antica (Poeti indigeni messicani contemporanei) (Edizioni dell’Orso, 2010), Dalla parola antica alla parola nuova. Ventidue poeti messicani d’oggi (Raffaelli Editore, 2012). Come poeta, in italiano ha pubblicato, tra gli altri: Profanazioni (Levante Editori, 1990), Le parole di sempre (Amadeus, 1994), Fingere la vita (Caramanica editore, 2004), Il tardo amore (LietoColle, 2008), Il dono della notte (Passigli, 2009), Ascoltami Signore (Edizioni dell’Orso, 2012). In spagnolo ha pubblicato: La memoria del vuelo (Sial, Madrid, 2002), Contra desilusiones y tormentas. Antología personal (1990-2006) (Ediciones Fósforo, Città del Messico, 2006), Las sílabas sonoras (Servilibro, Asunción, Paraguay, 2013). È stato tradotto in dieci lingue e ha partecipato a numerosi festival di poesia internazionali. Emilio Coco ha ottenuto diversi riconoscimenti, come traduttore e come poeta, tra i quali il premio per la traduzione e la saggistica “Annibal Caro” nel 1999 e il “Premio Proa a la trayectoria poética” nel 2008, in Argentina. Nel 2003 è stato insignito dal re Juan Carlos I del titolo di commendatore dell’ordine “Alfonso X el Sabio”, uno dei più alti riconoscimenti che si concedono in Spagna per meriti culturali. Nel 2010 gli è stata conferita dall’Università di Carabobo, in Venezuela, l’onorificenza “Alejo Zuloaga Egusquiza”. Nel 2011 El Colegio de México gli ha assegnato la medaglia d’argento per “su gran labor de traductor de la poesía mexicana”. Nel 2014 è stato “Poeta homenajeado” al Festival “Letras en la mar” di Puerto Vallarta, in Messico.  Numerosi anche i premi per la poesia: tra gli altri, il Caput Gauri (per Il tardo amore) e il Metauro (per Il dono della notte).

Canio Mancuso

 

 

 

 

[1] Con il fuoco del sangue. Trentadue poeti colombiani d’oggi, Raffaelli Editore, Rimini, 2015. Il volume è stato pubblicato qualche settimana dopo l’intervista.

[2]  Vuela alta palabra (Sesenta años de poesía en Italia. De la neovanguardia a nuestros días), Caza de libros editores. Agenda Cultural Gimnasio Moderno, Bogotá, 2015. Anche questa pubblicazione è successiva all’intervista.

 

 

Pubblicato da: piccolochandler | febbraio 8, 2016

Sotto il più largo cielo del mondo – Trenta poeti dauni

TRENTA POETI DAUNI DEL 1900: Marino Piazzolla, Francesco Paolo Borazio, Cristanziano Serricchio, Joseph Tusiani, Emanuele Italia, Antonio Cignarella, Giuseppe Bernardo Annese, Giovanni Scarale, Maria Teresa Savino, Michele De Padova, Michele Urrasio, Emilio Coco, Giovanni Dotoli, Vincenzo Luciani, Francesco Granatiero, Antonio Stuppiello, Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta, Claudio Damiani, Caterina Davinio, Enza Armiento, Vito M. Bonito, Elina Miticocchio, Salvatore Ritrovato, Marco Franco D’Astice, Lucio Toma, Antonio Vigilante, Sergio Pasquandrea, Antonio Bux, Marco Rinaldi.

CON INTERVENTI CRITICI DI: Sergio D’Amaro, Alberto Fraccacreta, Antonio Lillo, Luciano Niro, Plinio Perilli, Salvatore Ritrovato, Paolo Saggese, Cosma Siani, Lucio Toma, Pasquale Vitagliano.

INTERVENTI FOTOGRAFICI DI: Matteo Antonacci, Raffaele Battista, Nicola Loviento, Nicola Ritrovato, Mirko Saracino, Alberto Torchiaro.Presentazieune

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 20, 2016

Réclame

Le vetrine dei pompieri funebri, / più allegre delle salumerie, / mi mettono addosso una tale / gioia di morire / che ho voglia di comunicarla / al mondo dei vivi vivaci. / Già atteggio le labbra / all’ultimo sorriso / e vi saluto con la manina / arresa alla morte mortaccina. / Ragazzi sbrighiamoci: / si muore una volta sola.

Pubblicato da: piccolochandler | novembre 24, 2015

Tra furore e timidezza

Se Massimo Ferretti fosse vivo, avrebbe ottant’anni. Ne aveva trentanove quando morì, nel novembre del 1974, per uno scherzo del cuore difettoso. Il suo esordio letterario era stato folgorante: nel 1955 aveva fatto stampare a sue spese Allergia, una raccolta di poesie che, ripubblicata otto anni dopo da Garzanti, avrebbe ottenuto il premio Viareggio “Opera prima”. La novità del libro era evidente: l’autore vi dichiarava, senza falsi pudori e pose da bella scrittura, la sua strana gioia di vivere, non indulgendo a languori tardo-crepuscolari, e negando l’assunto per cui la vita si vive o si scrive. Il ragazzo di Chiaravalle “condannato al sentimento della morte, / serrato tra furore e timidezza”, testimoniava la propria consapevole presenza nel mondo, usando “la lingua della poesia con sovrana disinvoltura, con una incosciente indifferenza” (Giorgio Manacorda). Il suo “disincanto nativo” e la grazia dimessa del suo stile impressionarono Pasolini, che in Ferretti vide un caso “unico, preistorico, prima che pregrammaticale”. Un imprimatur che pose Ferretti all’attenzione della critica in alta uniforme, ma per una sola, intensissima stagione. Le sue prove successive, i romanzi Rodrigo e Il gazzarra, pretendevano di scardinare gli schemi della lingua e della letteratura, ma lo facevano in modo confuso, programmatico, senza la vitale spudoratezza di Allergia, che resta il suo libro migliore. Ferretti inseguì per tutta la vita l’illusione di poter fare della letteratura un mestiere, scrisse articoli per i giornali e due brutti romanzi. Qualcuno ha riconosciuto in lui l’autore nascosto dietro La botta in testa, il romanzo-resoconto di Tiberio Mitri, anch’egli protagonista di una parabola precoce e dolorosa.

Continua a leggere…

Pubblicato da: piccolochandler | maggio 14, 2015

Nostalgia del viaggiatore

Ogni volta che lascio il mio paese
ne sento forte assai la nostalgia
ma dovunque io sia
mi basta avvertire un botto uno sparo
un bum un’esplosione una raffica
per sentirmi di nuovo a casa mia.
Nostalgia, nostalgia mitraglia!

Pubblicato da: piccolochandler | maggio 9, 2015

Riassuntino

A scuola mi hanno insegnato a evitare i preamboli lunghi e fastidiosi; perciò ne farò uno lunghissimo, fastidiosissimo. Nell’autunno del 2004 io e un mio amico, pervasi dal disagio esistenziale, oltre che da un’atavica rottura di coglioni, cercavamo un’idea che desse un senso agli ultimi scampoli della nostra giovinezza. Ciò era causa di intense discussioni. Ne riporto una. (Per correttezza, chiamerò il mio interlocutore con un nome fittizio: Franco Gravino.)
“Perché non facciamo qualcosa di inutile, di ostinatamente, dolosamente, fenomenologicamente inutile e avventato?”
“Bella idea! Potremmo fondare un’associaziéune senza scopo di lucro o senza scopo e basta.”
“Qui tutti fondano associaziéuni senza scopo di lucro o senza scopo e basta.”
“Potremmo spararne una grossa, dicendo, che ne so… che Carlo Cinque è venuto a San Severo; che pure Peppino Garibaldi ci veniva spesso, per correre con le babbucce sulla meravigliosa pista ciclabile del viale (ha corso Garibaldi si chiama così proprio per questo). Potremmo inventarci che l’attore Jean Sorel ha vissuto qui tre anni con la sua fidanzata, Rosanna Fratel, ma che non l’ha sposata perché era una donna, non era una santa, e perché di sera non poteva portarla né nel bosco, né a Città giardino; che Holly e Benji prima di ogni partita si rifornivano di coca a San Berardino, sennò quei salti esagerati come li facevano? Insomma, dire una balla enorme, costruirci intorno un evento e chiedere soldi all’Amministraziéune comunale per finanziarlo.”
“Figurati… non ci cascherebbe nessuno.”
“Uffa! allora che cacchio facciamo per darci un senso? Come ce lo diamo, eh?”
“Non abbiamo idee, ci esprimiamo male, non sappiamo scrivere: facciamo un giornale!”
“Di giornali qui ce ne sono tanti.”
“Ma io intendo un giornale divertente, umoristico…”
“Ripeto: troppa concorrenza.”
Dopo una serie di confronti serrati, di altissimo livello intellettuale, nacque “Za!”; progetto in cui coinvolgemmo altri amici. Il giornale tanto bello non era, ma i figli racchi sono quelli che si amano di più, no? L’avventura durò un anno, allegro e pieno di begli incontri; dopodiché chiudemmo i battenti. Durante quei dodici mesi, i nostri lettori hanno detto di noi tante cose, tutte vere. Alcuni ci accusavano di essere destrorsi; altri di essere sinistrorsi; altri ancora, più raffinati, di essere degli omosessuali passivi. C’era pure chi ci considerava dei qualunquisti, ma si trattava di opinioni qualunque e quindi trascurabili. In effetti, eravamo e siamo di destra: compriamo ogni mattina il Giornale di Alessandro Sallusti, anche se non abbiamo mai avuto il coraggio di leggerlo. Siamo sempre d’accordo con Matteo Salvini, qualsiasi cosa dica, e per non correre il rischio di avere pareri diversi dai suoi, ogni volta che lo vediamo in tv, cambiamo canale. Siamo di sinistra: abbiamo un’ammirazione sconfinata per Marx e i suoi fratelli, di cui conosciamo l’opera omnia, da Essenza del cristianesimo a La guerra lampo dei fratelli Marx. Inoltre, consideriamo quella di Vladimiro Putìn la più dolcesquisita delle dittature, e crediamo che le poesie di Nichi Vendola siano belle quanto quelle di Sandro Bondi. In sostanza, siamo più a destra dell’occhio spadellato di Maurizio Gasparri e più a sinistra del pisello di Maurizio Landini. Circa la nostra vita erotica, rivendichiamo il diritto di amare qualsiasi animale, pianta o oggetto ci garbi. In ogni caso, nessuno di noi è omosessuale per più di mezz’ora al giorno. Ma sto divagando. Come ho già detto, a un certo punto il giornale decidemmo di chiuderlo, sebbene i lettori ci apprezzassero, un po’ perché non ci divertivamo più, un po’ perché a farlo eravamo in tre, e un po’ perché eccetera eccetera.
Dieci anni dopo la fine di quell’esperienza più o meno editoriale, il panorama è cambiato, e noi con lui. Innanzitutto, non possiamo più giocare ai giovani, perché abbiamo passato i quaranta; abbiamo qualche capello in meno (soprattutto i miei colleghi); sessualmente abbiamo perduto parecchi colpi (soprattutto io), e siamo molto più disincantati. Eppure ci riproviamo, con lo stesso entusiasmo di prima. Vabbè, scusate l’enfasi.

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Pubblicato da: piccolochandler | aprile 3, 2015

La Battuglia

Negli anni Settanta la violenza era moneta corrente, soprattutto negli asili. Nel 1975 avevo quattro anni: non avevo la corporatura per capeggiare un corteo (non lo avrei fatto neanche in seguito), ma potevo guardare in faccia le suore dell’asilo Trotta, grifagne generalesse di una pace tutta loro. Ne ricordo una col muso a punta, sempre sull’attenti, pronta a intervenire per sedare rivolte allegrissime e duelli all’ultimo sangue, che poi sangue non era, ma moccio. Giocavamo ai pistoleri. I revolver non ce li forniva la direzione, e allora ce li facevamo noi, piegando a triangolo i fazzoletti di stoffa, a volte freschi di bucato, a volte punteggiati di caccole, tutti ugualmente buoni per spararci e ammazzarci a ripetizione. Il nemico, anche il più carogna, non era mai stronzo come la suora che irrompeva nelle nostre file e ci disarmava a uno a uno, togliendoci le pistole, linde o sfraffate che fossero. Quei giochi le suore non li tolleravano: erano sbagliati, dicevano, maleducati, cattivi, un esercizio di violenza gratuita e bla bla bla. Non mi si fraintenda: non ho avuto nessun trauma joyciano, con la sua scia bavosa di peccati e sensi di colpa. Delle suore ricordo solo le irruzioni, quelle sì violente, che scompigliavano, senza ritegno, senza rispetto, giochi e fantasie infantili. Per il resto della giornata saranno state anche le migliori educatrici del mondo, ma ci impedivano di sparare con dei fazzoletti (peraltro a salve), e questo credo che la dica lunga sulla loro competenza. Gli riconosco l’attenuante della buona fede (ops), se davvero cercavano di estirpare l’erbaccia dell’aggressività dall’immaginazione di noi maschietti, ma erano sforzi inutili. Quella cosa, la violenza, o chiamiamola come vogliamo: un paragrafo sempre aperto, un’idea che ci colava dal naso, una tentazione, nelle nostre teste vorticava sempre. La evocavamo di continuo, dandole i connotati più fascinosi: Tu u’ ‘mmin a quill? mi chiedevano a mo’ di sfida i miei compagnucci, additando un collega di bambineria un filo più alto di me. Volevano saggiare il mio coraggio, già allora scarsissimo. La domanda mi sembrava strana, la eludevo con la logica: “Come faccio a menarlo? Non vedi che parlo con te?” Poi capitava che ci si menasse veramènd, nel modo in cui possono farlo i bambini: il peggiore, il più sanguinoso, perché privo delle esitazioni sociali degli adulti. Non avevamo paura della galera, perché non sapevamo cosa fosse, né di fare male a qualcuno, perché lo scopo era proprio quello. Le suore ci impedivano di sparare e allora usavamo le mani. Mi sto allargando, con l’uso della prima persona, ché di fare a botte io non avevo voglia. Gli altri bambini invece erano molto più motivati di me. Se non mollavano cazzotti, li promettevano; minacciavano uccisioni, massacri inevitabili, che avrebbero coinvolto te e la tua famiglia. Si organizzavano in bande. La più feroce la comandava Massimiliano. Di lui avevo tanta paura, sebbene a vederlo non si potesse dirlo un assassino con tutti i crismi: aveva una frangetta castano-bionda troppo perbene e uno sguardo troppo languido per contenere progetti omicidi. Ma io credevo a tutto quello che mi diceva in mensa, quando sentenziava che per me e per i miei non ci sarebbe stato scampo. La sua Battuglia ci avrebbe annientati tutti. La Battuglia non sapevo che cavolo fosse. La parola forse era una storpiatura di “pattuglia”, ma io immaginavo che si trattasse di un gigantesco randello, che Massimiliano e il suo clan avrebbero agitato e poi fatto precipitare sulla mia casa per demolirla. Ne ero terrorizzato. Pregavo Massimiliano di risparmiare almeno i miei, ma no, non ci sarebbe stata salvezza per nessuno. Nemmeno per mio padre, che faceva l’agente di custodia. La sua pistoletta d’ordinanza, contro la forza irresistibile della Battuglia non sarebbe servita a niente. Questo mi prometteva Massimiliano, e poi stringeva la lingua tra i denti, per sigillare la minaccia con un’espressione spaventosa. Un solo evento avrebbe potuto impedire il massacro: il mio ingresso nella banda. So che mi contraddico, ma sin dal momento in cui seppi dell’esistenza della banda (e della Battuglia), desiderai farne parte. Non avevo voglia di compiere stragi, eppure l’idea di esserne complice, magari un po’ in disparte, da teorico o sobillatore laterale, mi affascinava. Allora sperimentai il concetto di partecipazione morale a un crimine. Il pensiero di fiancheggiare, favorire, facilitare uno sterminio a colpi di bastone, srotolava davanti ai miei occhi un tappeto coloratissimo, l’entrata trionfale nella società degli adulti. Mi sentivo addosso migliaia di occhi ammirati per l’impresa. “Tu, Caniuccio, in una banda? Tu un assassino, e senza il permesso dei genitori? Ma che cattivo! Ma che bravo!” Così sognavo l’ingresso nella banda di Massimiliano, che qualche speranza me l’aveva data: uno degli affiliati si era ammalato di non ricordo cosa, perciò si era liberato un posto. Ero euforico: avrei fatto parte di un gruppo cazzuto, e avrei evitato la morte dei miei e, già che c’ero, la mia. Quel sogno, purtroppo, svanì in un istante. Anzi, non feci nemmeno in tempo a scriverne la sceneggiatura, poiché il tipo che avevo scalzato per qualche ora, guarì prima del previsto e mi scalzò a sua volta. Non avevo partecipato a nessuna azione spericolata; a nessun assalto alla dispensa, nessuna spedizione punitiva, nessuna faida, nessuna vendetta. Niente. Rientravo nei ranghi prima di aver assaporato il gusto di stare con gioia dalla parte del torto. I pugni, le botte, il sangue dal naso, continuavano a essere immagini proiettate su un muro bianco. Sarebbero state, ancora per un po’, delle promesse, una realtà continuamente evocata, ma mai tradotta in pratica. Almeno per un paio d’anni. Nell’autunno del 1977 cominciai la scuola elementare. Non c’erano più le suore, e qualche scazzottata la vidi e la sentii da vicino. La frase-apriscatole: Tu u’ ‘mmin a quill?, che conoscevo così bene, avrebbe cambiato intonazione, ma appena un po’, per farsi sentire meglio. Massimiliano frequentava la mia stessa scuola, due aule più in là, dall’altra parte del corridoio. Ogni tanto lo incontravo nell’androne o all’uscita, mentre scendevamo la scalinata che immetteva sullo slargo di fronte al De Àmicis (detto così, con l’accento sulla a). Mi sorrideva e strizzava la lingua tra i denti, rinnovando l’antica minaccia. Era il suo modo di salutarmi. Di lui non avevo più paura, perché, durante il tempo delle minacce quotidiane e dei pugni promessi, nessuno aveva perso una goccia di sangue e l’unica violenza che avessimo conosciuto, io, lui e gli altri, era quella delle suore ruba-fazzoletti. Mi sono allargato di nuovo, usando la prima persona. Massimiliano nel paese dei grandi ci entrò senza volerlo, dalla porta sbagliata e una volta sola. Un giorno di febbraio del 1982, un uomo, un adulto di venticinque anni, prese sul serio la sua parlata sbruffona, o il suo modo di strizzare la lingua, o la sua espressione da piccolo capobanda, o non so cosa. Non lo so e non lo voglio sapere. Sta di fatto che lo picchiò a sangue. Lo picchiò fino a ucciderlo e lo nascose in un pozzo. Una mattina di tanti anni fa riconobbi il sorriso di Massimiliano, accanto a un articolo di giornale che ho ritrovato di recente. Quel giorno smisi di credere che si potesse sparare con un fazzoletto.

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 12, 2015

Le verità possibili

Chi non conosca a fondo l’opera critica e filologica di Giorgio Bárberi Squarotti può averne un quadro d’insieme, seppure in forma di compendio, nel volume Le verità della letteratura, edito da Fermenti. Certo, ogni libro “contiene” in sé tutto il suo autore e lo rappresenta, anche quando è il frammento di un discorso più ampio, ma i quattordici saggi che compongono il testo, consentono una visione complessiva di anni di studi e di amore per la letteratura. Non uso il termine “passione” che, appiccicato a uno scrittore così scrupoloso nelle sue analisi critiche, si ridurrebbe a un bollo sentimentale. Eppure questo il libro comunica: una grande vivacità interpretativa, una gioia di scrivere dopo avere letto in profondità ogni poesia, ogni romanzo. Si tratta di una perlustrazione della nostra letteratura, che, senza la pretesa di essere un’enciclopedia critica tascabile, indica un percorso di conoscenza fatto di sfumature tonali: alcuni capitoli hanno l’abbrivio da una parola chiave vista nelle sue significazioni letterali e allegoriche: le “grandi acque”, che, evocate come elemento della chiarezza primordiale o come simbolo della purificazione impossibile, costituiscono, da Petrarca a Ungaretti, da Marino a Montale, una misura, una prova inevitabile per l’immaginario di tanti scrittori. Il primo excursus illumina le variazioni metaforiche della neve, raffigurata spesso come allegoria della fine e della morte; e qui si pensi al significato che la stessa parola-idea assume nella scrittura di Squarotti poeta: la neve in cui si specchia una città del Nord, le anime che cadono e si sciolgono sulle pietre come neve. Alcuni capitoli sono appena dei tratteggi, sembrano l’introduzione a un’opera mai scritta o di là da venire. (Si veda il capitolo dedicato alla poesia dialettale, con il richiamo pascoliano al mondo della memoria felice.) Altri sono rapidi indugi su concetti-simboli, attraverso la comparazione formale di scrittori lontani per gusto e sensibilità: l’idea del carcere come esclusione dal mondo e dalla vita, nella similitudine tra Pavese e Verlaine. Il lettore abituale dello studioso piemontese può divertirsi, passando da un capitolo all’altro senza un ordine prestabilito, riannodando i singoli passaggi del libro in un percorso ideale che rifletta la propria conoscenza dell’autore. Constatando come la versatilità dei suoi interessi letterari abbracci un tempo lunghissimo, popolato dagli scrittori antichi e moderni a cui si è dedicato nel corso di un cinquantennio. Quelli che ha studiato e amato (Dante, Montale, Sbarbaro etc.), e quelli che ha studiato con il rispetto del rigore scientifico (D’Annunzio). Non mischiando mai ragione-adesione e sentimento-gusto. La stessa parola “verità”, declinata al plurale, non allude al soggettivismo che fa corrispondere a un io individuale – cioè a un singolo scrittore – un’interpretazione della realtà valida solo per chi la esprime. Non è la filosofia logora dell’impossibilità di una verità assoluta: sarebbe la flebile eco di tante pagine del Novecento europeo. È la verità multiforme delle parole che a Bárberi Squarotti sta a cuore, quella che si deve declinare necessariamente al plurale, in quanto espressione di un segno individuale, prodotto però dalla storia e attraverso la storia. Il che corrisponde al concetto di stile che egli stesso ebbe modo di precisare nel 1961, definendolo «lo strumento ed il processo stesso della creazione artistica, la sua intima organizzazione, oggettiva nella sua essenza di conoscenza comune… intersoggettiva nel senso della definizione e dell’illuminazione dei comportamenti tipici di una particolare e determinata (storicamente) situazione dei sentimenti… infine soggettiva nella sua definizione ed organizzazione conoscitiva anche dello spirito veramente individuale». * L’errore che molti lettori commettono è quello di pretendere che un testo critico abbia sempre un carattere esaustivo, che dica più di quanto voglia dire. Perciò, chi considerasse l’esclusione di alcuni autori dall’indagine di Squarotti come un giudizio di valore, con lo scopo di stabilire giudizi e gerarchie definitivi, sbaglierebbe. Il capitolo quinto, dedicato alle città, esplorate attraverso lo sguardo degli scrittori, è volutamente manchevole e non può rendere conto delle molteplici differenze che fanno dell’Italia l’unicum che è, in senso letterario e “linguistico”. Perciò Milano e Torino assumono un ruolo predominante, come luoghi di elezione per il loro valore di centri economico-culturali; perché vi hanno vissuto e scritto autori fondamentali del Novecento italiano; e perché più vicine all’autore per storia e per struttura mentale, più “decodificabili” nei loro segreti rispetto alle città del Sud. Milano, per esempio, non è solo un’entità geografica e culturale: è il simbolo di un paese che aspira alla modernità, ma che deve fare i conti con il male insito nella storia: è la Milano straziata dalla guerra, di cui parlano i siciliani Vittorini e Quasimodo e il campano Gatto. C’è la Milano operosa, brulicante di vita di Bontempelli; la Milano grottesca di Tessa, con la sua allegria funebre; e c’è quella di Testori, che nasconde il suo ventre osceno nei quartieri popolari. Tre autori lombardi, che rappresentano tre città intimamente diverse. E poi la Torino di Pavese, quella del Gozzano de I colloqui, «favorevole ai piaceri», ma pervasa da un’ombra di decadenza. E poi la Genova di Sbarbaro, altra da quella del non genovese Caproni, la Trieste di Saba, che si identifica con una donna, anzi la donna. Un universo mondo chiuso in ogni città e diversamente vivo a seconda di chi la osserva. L’autore chiude così la rassegna delle città, per non inoltrarsi in una digressione lunga e complessa: «Mi fermo qui: non arrivo a Roma e a Napoli e a Catania e a Palermo, cioè alle città del Sud, che richiedono altri modi di rappresentazione che moltiplicherebbero il discorso fino all’eccesso. Le città, in Italia, non sono condizionate, come in Francia, da un centro fondamentale, che assorbe e compendia tutto il dicibile urbano nel nome di Parigi. Sono, da noi, figure del Male storico ed esistenziale e dimostrazione dell’operosità, della novità dei costumi e delle attività, della tensione al futuro, e anche celebrazione della bellezza e della memoria. Di qui la varietà dello stesso discorso critico quando intenda guardare al “genere” della città quale punto di riferimento interpretativo e descrittivo». Sul senso dell’ultimo aggettivo lo scrittore ritorna introducendo l’ottavo capitolo, quando ribadisce che «la letteratura non è mai semplicemente descrizione, emozione, passione del cuore quanto, invece, è reinvenzione e citazione di altri precedenti testi, commento, variazione, successivo sviluppo di concetti, di ritmi, di immagini e, alla fine, nuova creazione».
La varietà del discorso critico rappresenta per Squarotti la moltiplicazione dei punti di vista, e si accorda con il concetto mutevole di verità, che solo nella vitalità delle parole può trovare una formulazione autentica. In letteratura, quelle che animano le parole sono le uniche verità possibili.

* Da Stile e critica in “Paragone” 144, pag. 13.

“Fermenti”, numero 242, gennaio 2015.

 

Pubblicato da: piccolochandler | marzo 12, 2015

La ricerca dell’unità

Leggendo le conversazioni che Marino Piazzolla ebbe con due giornalisti della radio francese nel 1978, si può comprendere come tutta l’opera, del poeta, del pensatore e dell’artista, sia ancorata alla realtà storica. È un inganno nel quale cadono alcuni suoi detrattori, il considerarla un esercizio di compiaciuta astrattezza formale, di misticismo domestico e fuori tempo massimo. I pareri vanno rispettati quasi tutti, ma una cosa è innegabile: un’attività intellettuale autentica si sporca sempre con la vita. Il discorso vale soprattutto per la poesia. Chi invece di Piazzolla ami l’energia polemica mostrata nel quotidiano e in alcuni libri di parossismo espressionistico (vedi Il pianeta nero), avrà modo di apprezzare la coerenza che, come un filo invisibile, lega ogni frammento del suo impegno. Impegno: parola pericolosa, quella che qualche decennio fa sembrava la pietra di paragone di ogni espressione creativa. Si poteva perdonare a un intellettuale eccentrico il fatto di avere un’altra visione del mondo? Soprattutto, si poteva non essere engagé o meglio, esserlo in modo personale? La polemica di Piazzolla contro l’establishment culturale risiedeva anche in questo equivoco. Il libro pubblicato da Fermenti non è solo un autoritratto, ma anche un quadro d’insieme. Conoscere il punto di vista di Piazzolla significa, per contrasto, guardare il paesaggio in cui si muoveva; che spesso gli appariva come una terra desolata, dominata dallo sconforto della ragione. La figura del filosofo non si può scindere da quella del poeta, se si vuole avere l’immagine totale di una personalità complessa. Quando Estelle Schlegel introduce l’intervista definendo Piazzolla «un mistico coi piedi radicati nella terra d’Occidente e lo sguardo fisso nel silenzio di Dio», si esprime in modo enfatico, ma è difficile usare il bilancino con un poeta che ha gridato a tutta voce la sua presenza sulla scena. Non gli si addice il fiato corto del minimalismo sparagnino; poiché ha cercato sempre il confronto con l’assoluto, religioso e poetico, senza il timore di sembrare un non allineato. Piazzolla risponde agli intervistatori punto per punto, entrando nello specifico delle questioni e dimostrando che la politica non è una realtà separabile dalla poesia; il pensiero non è una catena di astrazioni. Hegel e Marx non sono filosofi dell’Ottocento, perché continuano a dirci parole ambigue. Il riferimento ai mistici medievali e a Simone Weil chiarifica il senso della sua ricerca di un’unità profonda tra universale e contingente, sacro e mondano. Nello stesso tempo rimarca lo sconcerto di fronte all’oggi, dominato da una scienza disumana, che annichilisce il desiderio dello spirito di espandersi nella conoscenza di Dio. Secondo Piazzolla, la scienza che coincide con la tecnologia non può che partorire mostri («La scienza ci porta alla tecnologia, la tecnologia ci porta all’angoscia atomica … si tratta di scegliere tra l’uomo come creatura libera, oppure come oggetto di una tecnologia mostruosa … No, non bisogna dire che la scienza è innocente e la tecnologia colpevole. A un certo momento la rincorsa della ricerca a tutti i costi è diventata qualcosa di demoniaco, uno spirito faustiano si è impossessato di intere generazioni di scienziati che finiranno per far esplodere, in senso reale e figurato, il pianeta».) L’uomo contemporaneo che rinnega il sacro e santifica la scienza, fraintende l’arte, non le riconosce la dignità di slancio mistico verso la totalità; ma fraintende anche il ruolo della razionalità, che non può essere solo intelligenza applicata all’utile. Piazzolla parla della necessità di una logica sferica che consenta all’individuo di comprendere il reale come unità, senza la pretesa arrogante di dominarlo con la tecnica. Lo scrittore pugliese affronta più volte il tema della libertà dell’uomo, che va disintossicato dagli artifici che si è imposto per sopravvivere, dagli inganni consolatori, dalle finzioni storiche e politiche costituite dai dogmatismi: il clericalismo, il comunismo, il partitismo (e qui il richiamo a Simone Weil è doveroso), in cui si concreta l’illusione di una democrazia di superficie, non sostanziale perché non partecipata. La giovanile adesione di Piazzolla al partito comunista rispondeva alla speranza in un’entità politica che liberasse l’uomo dalle ingiustizie sociali in nome di un liberalismo (sic) non formale, nato dal basso e in grado di dare vita a una nuova solidarietà tra gli individui. In tale direzione andava il progetto di fondare, nel suo paese in Puglia, una Comunità produttiva, che superasse il vecchio concetto di collettivismo e trasformasse contadini e braccianti in co-proprietari dell’azienda, cancellando l’idea del capitalismo paternalistico e quindi la suddivisione della società in classi. Ovviamente il progetto non prese forma: forse era un’utopia dentro l’utopia. Di sicuro era in conflitto con il suo punto di origine. Il partito, soggetto di cui Piazzolla, citando Simone Weil, sognava la scomparsa. Anche le conversazioni dedicate agli argomenti letterari – quelle su Dante e sulla Commedia come poema mistico e rivoluzionario – non abbandonano la polemica dell’intellettuale contro il suo tempo, incapace di raccogliere la sfida del sacro. La stessa analisi della sua opera più compiuta, Lettere della sposa demente, sembra collocare Piazzolla in un’altra dimensione. Eppure è lì che lo scrittore rivendica la propria consapevolezza della storia. Dal punto di vista formale, la scrittura automatica di matrice surrealistica si fonde con la necessità di un lavoro di lima continuo sul testo. Nella sostanza, il poema, nel suo andamento di canto-visione liturgico e profano, rispecchia il dramma dell’individuo contemporaneo in perenne esilio sulla terra. La sua lucida follia, che consiste nella perdita di tutto fuorché della ragione. Un sincretismo solo apparente, se è vero che «la sposa demente abita la nostra anima», come la tragedia solitaria che racconta. Piazzolla è stato un eretico perché non poteva riconoscersi in un paese che lasciava deserte le chiese, che dava a Dio i nomi sbagliati, che preferiva «la sociologia spicciola, il giornalismo beota e servo», il conformismo degli intellettuali in odore di promozione. Eppure aveva fiducia nell’uomo e sperava che non sarebbe stato solo per sempre, davanti a una pagina bianca.

“Fermenti”, numero 242, gennaio 2015.

Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 3, 2015

Un po’ di fango

Non ho mai posseduto né guidato un’auto; perciò la città l’ho sempre percorsa a piedi. L’ho camminata tutta. Non che ci voglia molto, ché San Severo non è Città del Messico, ma per anni i miei amici mi hanno considerato una specie di marciatore nottambulo votato al pericolo, per il solo fatto di coprire a piedi il tragitto dalla vecchia periferia al centro. Quindici minuti. Quindici minuti a passo svelto, diciassette, diciotto al massimo, se non ho fretta di arrivare. Un quarto d’ora all’andata; lo stesso tempo al ritorno, anche a notte fonda, con la papagna che avvolge tutto, chiese, panchine, russatori e amanti pigri. I cani no, quelli la notte sono svegli e mi accompagnano volentieri. “Dove abiti? In via Alessandrini?! E ci vai appiedi? Uh, come fai? Non c’hai paura?” mi chiedevano, soprattutto le ragazze a cui non potevo dare un passaggio con la Torpedo che non avevo. “Ci vado appiedi, sì, e no, non c’ho paura”. Non voglio fare la retorica dell’antiretorica, per ribaltare il luogo comune della città (del paese, fate voi) che di notte s’incarognisce, diventa ladra e balorda e tende agguati. Non voglio dire che il luogo in cui vivo sia il più sicuro del mondo, sebbene nessuno mi abbia mai aggredito, uomo o cane che sia; né fare l’elogio stanco della lentezza, che tutto ti regala come una scoperta. Dico che mi sono accorto di vivere in periferia solo quando me l’hanno fatto notare. Il centro storico era quello in cui arrivavo per incontrare gli amici disposti a marciare con me. Ho camminato tanto, con lo sguardo a terra, per la paura di inciampare, guardandomi poco intorno. Per anni ho confuso i nomi delle chiese, quasi vantandomi di conoscere meglio quelle di Firenze. Più che uno snob, ero un idiota: essere ignoranti è lecito, gloriarsene è da imbecilli. Non scantono dal tema, ma è l’argomento che mi sta più a cuore: camminare e non saper guardare. È stato un problema per molto tempo. Poi ho imparato a riconoscere gli edifici, le strade, le insegne luminose. Fino al 1983 ho vissuto in un rione centrale o quasi. Dal balcone del salotto potevo vedere, oltre la terrazza della casa di fronte, gli alberi della villa comunale. Mio padre ci portava lì la domenica, me e mia sorella, e ci scattava decine di foto. Le faceva anche alle aiuole e alle piante. Qualcuno ci scambiava per turisti, e in un certo senso lo eravamo. “Viviamo qui, ma siamo lucani” chiarivamo. Il curioso di turno non rispondeva “chissenefrega” per cortesia, ma la sua delusione era evidente. Poi mi sono trasferito in un quartiere periferico. A dirla tutta, aldilà di tre, quattro palazzi di sei piani allineati lungo la strada, si trattava di una propaggine della campagna, un enorme slargo di fango e sterpaglie. Ricordo anche una piccola masseria sciancata, con le mucche e qualche cane (e dai) che mi abbaiava incazzato la mattina. Per andare a scuola (che distava due chilometri due) dovevo attraversare il passaggio fangoso e inevitabilmente, specie se era piovuto, la melma mi entrava nelle scarpe. Sotto il banco avevo sempre il mio pantano da asporto personale, di cui mi vergognavo tanto e che il professore notava prima dell’appello. Non dovevo neanche giustificarmi; lo faceva il mio compagno di banco, che forse si vergognava più di me. “Niente, sono i fanghi (sic) di Mancuso”. E lì arrossivo, come se quel fango, che avevo cercato di nascondere con le suole e col pensiero, lo avessi prodotto io. Quello è stato il momento in cui ho avvertito la differenza tra abitare nel cuore della città e vivere ai “margini”. Allora arrivare in centro era un’avventura fisica, non mentale; quei due chilometri, una prova da superare con lo zaino in spalla, e io un pellegrino che non sapeva i nomi delle chiese. N.B. Degli anni in cui vivevo in campagna mio malgrado, ho nostalgia, ma solo perché avevo tredici anni e non dovevo giustificare la mia ignoranza.

“Quaderni dell’Orsa”, dicembre 2014.

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