Pubblicato da: piccolochandler | luglio 19, 2018

Prefazione a Il dono di avere vene

Raramente mi sono imbattuto in un libro così conficcato nella ineludibilità della confessione, eppure così lontano dal narcisismo di certi scaracchi poetici. Il titolo, Il dono di avere vene, in un primo momento mi aveva ingannato: mi aveva fatto pensare a giri tortuosi della frase intorno a un’idea essenziale; mi sembrava prolisso. “Il dono di avere vene?” “Perché non Il dono delle vene?”. Letto il libro, ho capito di avere torto. Credo che in questa raccolta non ci sia una parola che non abbia un suo valore nell’economia del discorso. Non mi riferisco solo all’asciuttezza assertiva, quasi aforismatica, dei testi; al loro brillio netto di colpi di martello; ma soprattutto alla loro capacità di individuare sottotraccia le linee di un disegno indecifrabile, che solo la poesia può rischiarare, almeno per un istante. Russo cede spudoratamente alla tentazione del resoconto, facendo pensare che il suo libro non possa presupporne altri. Si può aggiungere altro al chiudersi di “slanci” dalla “traiettoria uncinata”, all’”attitudine suicida / a scommettere sulla fine / fin dall’inizio”? La risposta la dà il poeta, che replica allo scacco dell’esistenza e rilancia: cambia gioco, risale dal fondo dell’anossia e afferma l’intenzione di dire la sua sulla cosa chiamata stare al mondo. Dire la sua, non a dispetto della realtà, ma per cercarne una plausibile, chiara ed esatta, nella scrittura. Lì davvero le repliche non sono ammesse e chi scrive sceglie per sé la parola definitiva. Se l’umanità si divide in “vincitori” e “vinti”, per il poeta l’errore non è nella partita, ma nell’invenzione di un verbo, che incatena gli uomini alle sue regole:

Che verbo orrendo vincere

quando ti sbaraglia la gioventù

e ti sbadiglia in faccia

senza coprirsi la bocca

famelica e fiera di tutti i suoi denti.

Allora il poeta detta le sue, di regole: ci siano pure il lamento e l’ammissione della sconfitta, ma che abbiano un ritmo e una misura esatti, che trovino la loro musica e la loro dissonanza, e anche qua e là una rima:

Arretrano i bagliori della vita ebbra,

si accalcano ad occidente delle spalle.

Scolorano in un tappeto di foglie gialle…

Le poesie di Russo sono ricche di nessi antinomici: i “bagliori (…) scolorano”, agli “ardori” corrisponde il loro esaurirsi, come il sole dissipa la sua luce, gli “intenti” si infrangono. Il concetto dello sfinimento fisico e spirituale è ricorrente, scivola sulla tastiera dei sinonimi. Eppure non c’è stridore, non senti il fastidio dell’ossimoro fine a sé stesso. L’io vede nel proprio volto “un’ampolla vuota”, “una “clessidra già versata”. Resta intatta l’idea della trasparenza dello sguardo: la lastra che ci separa dalla vita ci permette di riconoscerci particelle insensate dell’universo: il frammento di specchio, il coccio di vetro che ci fa sanguinare le mani in cima al muro. C’è al fondo della poesia di Russo la necessità di un’interrogazione: la coscienza della sconfitta non può essere il metro dell’avventura umana, per chi sia in grado di mettere in dubbio la legittimità della contesa tra l’uomo e l’esistenza. La scrittura poetica, come processo di conoscenza, è così una forma di interpretazione del mondo. Perde la sua funzione blandamente consolatoria, per diventare l’unica riparazione possibile  alla ferita dell’essere.  È lo “schiaffo alle rovine” di cui parla Marco Russo, quando si chiede se ci possa essere

una voglia insensata di danza

qui, dove proseguono i cedimenti.

Il qui del poeta è un luogo materiale, perché coincide con tutti i luoghi, ed è una proiezione dello spirito, perché contiene in sé l’idea del tempo immutabile, in cui tutto accade ed è già accaduto milioni di volte. Perciò il poeta si ostina in un lavorio che appare senza costrutto: “animare un verso” che abbracci l’umanità dall’orlo dello sprofondo. Perciò la scrittura è sempre un atto vitalistico, e quindi ottimistico. Penso a una testo di Kenneth Rexroth, autore da noi quasi misconosciuto, che potrebbe chiarire il concetto:

Amo pensarti nuda.

Metto il tuo corpo nudo

Solo fra me e la morte.

Se entro nel mio cervello

E incendio i tuoi dolci capezzoli,

Fino ai tendini sotto le ginocchia,

Posso guardare lontano davanti a me.

Non c’è niente dove io guardo

Ma per lo meno è illuminato.

Quel niente, su cui si concentra lo sguardo del poeta, è lo spazio fertile dell’assenza, svuotato dei suoi abitanti (o mai abitato, che forse è la stessa cosa).

 

Marco Russo, Il dono di avere vene, Controluna Edizioni, Roma 2018.

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