Pubblicato da: piccolochandler | gennaio 10, 2019

Da Taccuino dell’intellettuale da asporto

Qualcosa continua ad agitarsi al di là del vetro: il mondo degli altri: un vortice di respiri affannosi, tip tap di passi sui marciapiedi, aliti fetidi di sonno, sudori spalmati tra le natiche. Gente che va al lavoro e che ti aspetta al varco. Dolcissimo bastardo, vieni con noi: il mondo non è la tortura che immagini. Ma tu no, decidi che vivrai domani: stai lì nell’uovo caldo dell’ansia. L’ansia, un regalo di tua madre. A vent’anni era stata infermiera. Un mese in tutto. Per via dell’ansia. Non era riuscita a sopportare il dolore e la morte dell’unico paziente che aveva assistito. Eppure lo sapeva che non sarebbe sopravvissuto. Gliel’avevano detto i parenti, quando lei provò a rassicurarli: “Ce la farà, vedrete. Sant’Eufrasia veglia su di lui. Abbiate fede”. I parenti di fede ne avevano, e se non l’avessero avuta, mia madre gli avrebbe dato gli avanzi della sua. Ma servì a poco: il moribondo, coerentemente, morì. I parenti la presero nel modo giusto. Mia madre no.

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